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Stesa. Ho lasciato che le tue parole mi
vestissero e ho sentito il tuo nome circondarmi abbattendo ogni
difesa. Si sono slegati i sogni, cavalli impazziti in fuga. E i
desideri eretti sul corpo, come un baluardo dopo la battaglia.
Così ti appartengo.
Stesa su un tessuto di lino, abbandonata e
prigioniera desiderata del tuo entrare.
Inizio appartenerti dalle caviglie in poi,
coagulando in tutto quel poi la mia più profonda interiorità.
Stesa, ascolto il tuo passaggio, come
fosse un’ ode sacra, e resto così sdraiata a immolarmi
nell’altare dei tuoi occhi di brace.
Si corrode di calore l’istante scandito
da brevi tocchi, mentre in fuga sul mio tremito dai nuovi nomi
alla mia carne commossa.
Stesa, così tra le tue mani, senza
distanze, sotto al suono dei tuoi polpastrelli, lentamente il
corpo si libra in movimento, come una fitta acuta che mi
attraversa nel mezzo e intorno alla quale tutto il resto si
contorce, aggrovigliando di gemiti il tuo viso.
Stesa, prendo velocità perché le tue mani
intense mi modulano l’emozione e quello che non so dirti, lo
lascio fra i pori, perché nel mio venirti incontro possano
trovare una forma estremamente materiale tutti i miei silenzi.
Un eco senza fine si espande dai fianchi.
Stesa, la mia morbidezza si scioglie come
burro al calore delle tue labbra, e ti desidero più forte, e ti
desidero con dolcezza, e ti desidero senza margini, e ti
desidero perché sei.
Voglio avvolgerti di sentimento sangue e
brividi.
E sentirti in ogni mio angolo palpitare di
un sogno impossibile. E quindi ogni tua onda che arriva scavarmi
in quella grotta dove il sale si mischia al miele e che già ti
appartiene, mentre mi frastagli le coste già umide.
Stesa, voglio stare nella tua mente, sulle
tua labbra, nella tua anima, nella tua storia, sul tuo ventre, e
avvolgermi di te. Mentre squarci la mia polpa, e di nutri di
ogni dolcezza che dalla mia essenza ti arriva, mentre bruci le
mie vene, facendomi circolare il fuoco tutto dentro,
consumandomi sul tuo corpo.
Stesa, mentre ti assaporo, e ti voglio,
senza falsa innocenza, e mi lascio il tuo gusto sulla lingua,
per dissetarmi ancora, per averti ancora. Stesa, aprendo quel
che sono, ti accolgo, senza chiudere nessuna porta.
Inafferrabile e invisibile passione che mi
stordisce e mi incanta, come una musica che non ti scolli di
dentro. Mentre mi percuoti con il tuo istinto la mia sensibilità
più epidermica. E mi sento tua, e ho voglia ancora di te, di
più, più vera, mentre rendi i battiti respiri che si inseguono
e i respiri parole che si dissolvono prima della pronuncia.
Stesa, in questo concerto di tendini che
si inseguono, fino a compenetrarsi: un flusso melodico che rompe
il silenzio, più forte di un sogno in pelle.
Erikal.
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