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Marta lo ricordava
benissimo. Perché adesso voleva ricordare.
Il giallo della
savana.
L’arsura che le
coceva le labbra.
L’aridità
esistenziale del suo paesaggio interiore.
La sconfinatezza del
cielo.
Tutti frammenti
estesi di un discorso senza parole.
D’improvviso poi le
orme del leone.
Il sole sui suoi
capelli unti di vita.
Il vento leggero e
insinuante a scolpire gli angoli dei tremori.
Lo inseguiva da
giorni. Forse era andata là solo per lui.
Lo scatto del felino,
la fame del predatore negli occhi della sua fotocamera. Lo
scatto del tempo fermato in immagine.
Pochi colori ma
determinanti.
Lo guardava da
lontano, cercando di avvicinarsi con lo zoom per percepire nella
fierezza del suo sguardo il tremito della natura più segreta.
Non aveva paura Marta
in quel momento. Poche macchie verdi all’orizzonte, come
elementi casuali di un destino in disordine. Per giorni attese
davanti al suo sguardo sonnacchioso e indifferente.
Attese fin quando
giunse la notte. Allora lo vide. Alzarsi, ferocemente. Lo seguì
con gli occhi trattenendo il respiro perché l’immagine non si
muovesse. Lo intercettò affondare i denti aguzzi e spietati
nella carne della zebra che pascolava, e nel blu monocromatico
della savana notturna adesso il leone era una bestiale macchi di
luce, ebbra di sangue e di forza.
Scattò con il cuore
in gola, sentendo l’odore della morte fin sopra la sua pelle.
Poi un colpo deciso e lancinante tagliò l’aria metallicamente,
il leone si accasciò su stesso, stremato e regale, con un buco
sulla fronte a macchiare la sua luce. Dietro a un cespuglio dei
cacciatori in una lingua incomprensibile continuarono a
sparargli. Tutto questo, invece, non fu registrato dalla
fotocamera di Marta.
Poi, come era
abituata Marta ripartì.
Decise di passare dal
sud del Sahara, per arrivare attraverso il deserto ancora al
Mediterraneo.
La sequenza notturna
del sangue e degli spari le aveva lasciato negli occhi
un’angosciante vuoto.
I suoi passi
calpestavano disperatamente la polvere impalpabile e sempre
uguale a se stessa del deserto.
Non sopportava più di
camminare fra le dune, con quella sabbia che si ritrovava
addosso dappertutto fin dentro i capelli fin dentro i vestiti
fin dentro i denti fin dentro l’anima.
Si inginocchiò al
sole orgoglioso e pianse, confondendo il sale con la sabbia,
pianse come quando nessuno guarda, fino a quando le dune
iniziarono a ballare intorno ai suoi occhi, sempre più
rapidamente, fino a fare di lei non più il centro del giro ma il
giro stesso.
Quando Marta si
risvegliò, un forte odore di menta addolcì l’apertura dei suoi
sensi. Tutto era scuro, probabilmente era già notte. Si accorse,
molto lentamente, di essere stesa dentro a una tenda. La sua
fronte era bagnata. Nella notte solo due luci splendevano
veramente. Le si avvicinarono alle labbra porgendole una tazza
fumante di tè alla menta. Lievemente confusa, parecchio
impaurita Marta sorseggiò il tè. Non riusciva a vedere niente,
se non quello sguardo lucente e radioso, tanto radioso da
ricordarle la luce del leone impresso nel suo rullino.
Le mani le
accarezzarono il viso, lentamente, i capelli sulla fronte, e con
dolce fermezza lo sconosciuto la rimise supina perché dormisse.
Senza rendersene
conto e senza farsi troppe domande Marta si addormentò,
rapidamente, quasi sorridendo. La mattina si svegliò, trovandosi
in una tenda blu cobalto e sola. Non ricordava altro. Non voleva
ricordare altro. Tuttavia sentiva ancora il calore di quelle
mani stringerle le dita, e darle forza, e sentire la forza della
vita stessa. Marta si sdraiò, ad aspettare. A notte fonda
qualcuno tornò dentro la tenda. Riconobbe la luce degli occhi
della notte precedente e sperava almeno che anche i suoi occhi
esprimessero il pensiero della gratitudine. Poco dopo l’odore
della mente esalava sempre più forte intorno a lei, fino a
penetrarle i respiri. Anche quella notte strinse le mani dello
sconosciuto, e così per altre quaranta notti. Ogni notte le loro
mani erano sempre più intime, Marta sentiva il suo respiro
mischiarsi con quello dello sconosciuto, le mani divennero i
suoi occhi per sentire la pelle di lui, il respiro di lui, la
bocca di lui, i fianchi di lui, la lingua di lui essergli
dappertutto: fra i capelli, nella curva dei seni, fra le labbra,
negli angoli delle giunture, nelle gambe, nei denti, fino a
quando le loro anime si sfamarono parlandosi con i loro corpi
elettrici.
Il quarantesimo
giorno l’alba sembrò arrivare prima. La luce era forte e i
pensieri pieni di suggestioni. Sotto la coperta Marta aprì gli
occhi, ma la sua mano non era sola, era aggrappata a qualcosa.
La mano di lui. Aprì gli occhi ancora di più, e guardò lo
sconosciuto attentamente. Ai piedi del letto una tunica azzurra
risplendeva ai primi raggi. Lo guardò non come si guarda
qualcuno la prima volta, ma con lo sguardo appassionato di chi
già si conosce e non se ne può fare a meno. L’alba disegnava
rivoli d’oro sulla pelle di lui, bronzea, liscia e odorosa di
menta. Si appoggiò sul suo petto e richiuse gli occhi, con la
certezza di non averli mai veramente chiusi, e sorridendo lo
strinse più forte fino a sentire il corpo di lui rispondere con
un fremito maggiore, abbracciandola, come si accoglie chi da
sempre ci appartiene.
Erikal.
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