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Perché nella città,
quasi vicino al mare, dove si sentono i versi di strani animali
percorrere le radure degli alberi, c’è un’altra città più
piccola, dove le sedie sono basse, come del resto i tavoli, le
panchine e gli scaffali.
In questa città,
piccola ma vera, non ci sono parole ma solo disegni e
soprattutto colori.
L’idea diventa
emozione e quindi immagine, o al contrario, come meglio crede
colui che nei suoi corridoi viaggia, perché le strade son
corridoi.
Qui ci sono solo
bambini, e bambine naturalmente, che hanno occhi grandi e per
questo pieni, ma da leggere.
Quando ho visto Maria
Chiara ho in mente l’istante preciso fossilizzato nella memoria,
come un’istantanea che non si cancella. I suoi capelli fini con
i colpi di luce chiarissimi, il suo spolverino di Jeans, la
pelle ambrata e gli occhi color del mare, limpidi, e sorrideva.
I pochi grandi che ci sono nella piccola città non sorridono
mai. Forse anche per questo lei mi colpi, perché sorrideva, e in
quel suo sorriso, prima di tutto negli occhi, avevo trovato una
luce amichevole.
Non conoscevo nessuno
nella piccola città dei grandi tristi, ma lei mi restò subito
simpatica.
Lei era speciale,
molto speciale. Non solo perché era una grande che sorrideva, ma
perché col tempo avrei scoperto che era una grande appassionata
delle cose che faceva, di quello che era, di quello che viveva.
E mi piaceva come lei vedeva le cose, con molto ironia, serietà
e responsabilità, profonda soprattutto profonda umanità, tutte
parole che nel mondo dei grandi non possono andare troppo spesso
insieme, ma nella città dei piccoli le parole non esistono.
E anche quello che
Maria Chiara faceva era davvero speciale. Gli altri grandi erano
tutti impegnati a far diventare grandi i bambini, a dargli
cartelli stradali invece che favole, a dargli penne e matite
piuttosto che colori, e rimproveri invece che filastrocche.
Magari senza saperlo, magari sottilmente facevano dimenticare ai
bambini di essere bambini. Forse nemmeno loro si ricordavano di
esserlo stati, un giorno.
Maria Chiara però
faceva un lavoro speciale. Aveva una stanza tutta sua, dove i
bambini ci passavano del tempo a piccoli gruppi. Era una stanza
particolare, che i bambini chiamavano “magica”. Forse perché era
piena di enormi specchi in cui i bambini si guardavano, un po’
per riconoscersi, un po’ per ridere di se stessi, che forse è
una delle cose più belle da imparare, un po’ per vedere gli
altri diversamente. Poi Maria Chiara raccontava loro tantissime
storie, altre volte prendeva i giornali, i bambini ritagliavano
le foto e mettendole insieme secondo una logica personale
inventavano delle storie. Le loro associazioni erano così
legittime…
Spesso giocavano con
i colori, con la pasta, con l’argilla, con il collage: le loro
mani erano la strada dei loro pensieri.
E Maria Chiara
parlava con loro, ma non come se parlasse a dei deficienti ( a
volte i grandi fanno questo errore ) ma come a delle “persone”,
poi, soprattutto, ascoltava. Le loro piccole ma importanti
cronache, i loro fidanzamenti giornalieri, le chiacchiere della
loro famiglia, le loro paure, i loro desideri. I grandi non
sempre erano così, a volte li ho sentiti urlare “cretino” e
altre parole cordiali a bambini che nemmeno da 5 anni stanno al
mondo.
Maria Chiara era
grande, ma la grande della stanzina magica, piena di festoni,
colori, emozioni, sensazioni, percezioni, insomma vita.
Inizialmente la
stanza magica era stata pensata per i bambini “ problematici”,
intendendo con questa etichetta extracomunitari, bambini
dislessici, caratteriali, poveri, arretrati, insomma tutto ciò
che non rientra nella “ città perfetta”. Ma Maria Chiara non è
così che ha costruito la stanzina magica. No, assolutamente. La
stanzina magica è in particolare per questi bambini, ma è di
tutti i bambini, perché non è nell’emarginazione che le
differenze divengono un’opportunità. E ho visto bambini
sciogliere la lingua e udire la loro voce che non conoscevo,
altri sorridere, altri ancora uscire dalla stanzina magica e
andare nel mondo dei grandi con gli occhi consapevoli per
guardare i grandi dritto negli occhi, coscienti, nella loro
piccola grande coscienza, che i veri sguardi capace di afferrare
la realtà e migliorarla erano i loro, e non quelli dei grandi.
Che solo nei loro
occhi ci potevano essere quella lettere silenziose e sconosciute
per ricostruire un mondo diverso, magari solo più autenticamente
vivo.
Ecco, tutto ciò ho
visto nei corridoi della piccola città. Tutto ciò ho imparato
non solo professionalmente ma soprattutto umanamente, come
donna, anzi più che imparato vissuto.
Maria Chiara alla
fine del mese andrà via, purtroppo. Io mi sento triste, per
questo. Una tristezza lieve, di chi indirettamente ha ricevuto
moltissimo. Ma la regina di Picche e i suoi amabili cortigiani
hanno tagliato opportunità, soldi e posti, per far spazio
all’esercito del Celeste Impero che merita a loro avviso,
l’incremento maggioritario dei fondi.
E anche questo è
molto triste.
Maria Chiara sta
assemblando tutti i colori, le forme, le storie che i bambini e
le bambine hanno tirato fuori con lei. Si sono accorti che
almeno per lei esistevano. Sono stati fortunati.
Ed anche io, come le
ho detto.
Vedo la stanza magica
cadere su stessa, disegni che si infrangono fra la polvere
dell’ultimo pavimento imbrattato. L’odore di colla, di tempere e
di immagini ancora per un poco trasale nell’aria e mi arriva
dentro, dove la piccola stanza magica che ho messo nella mia
anima per racchiudere quanto ho imparato da questi bambini e da
Maria Chiara non potrà mai essere abbattuta e dove esiste sempre
una parete piena di colori e uno specchio, per passarci dentro e
ricordarsi che “the backside exists…”
Erikal.
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