"Io credo questo:le fiabe sono vere.Sono prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, sono il catalogo dei destini che possono darsi un uomo e una donna" (I.Calvino-"Fiabe Italiane")
 

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La stanza magica

 

Perché nella città, quasi vicino al mare, dove si sentono i versi di strani animali percorrere le radure degli alberi, c’è un’altra città più piccola, dove le sedie sono basse, come del resto i tavoli, le panchine e gli scaffali.

In questa città, piccola ma vera, non ci sono parole ma solo disegni e soprattutto colori.

L’idea diventa emozione e quindi immagine, o al contrario, come meglio crede colui che nei suoi corridoi viaggia, perché le strade son corridoi.

Qui ci sono solo bambini, e bambine naturalmente, che hanno occhi grandi e per questo pieni, ma da leggere.

Quando ho visto Maria Chiara ho in mente l’istante preciso fossilizzato nella memoria, come un’istantanea che non si cancella. I suoi capelli fini con i colpi di luce chiarissimi, il suo spolverino di Jeans, la pelle ambrata e gli occhi color del mare, limpidi, e sorrideva. I pochi grandi che ci sono nella piccola città non sorridono mai. Forse anche per questo lei mi colpi, perché sorrideva, e in quel suo sorriso, prima di tutto negli occhi, avevo trovato una luce amichevole.

Non conoscevo nessuno nella piccola città dei grandi tristi, ma lei mi restò subito simpatica.

Lei era speciale, molto speciale. Non solo perché era una grande che sorrideva, ma perché col tempo avrei scoperto che era una grande appassionata delle cose che faceva, di quello che era, di quello che viveva. E mi piaceva come lei vedeva le cose, con molto ironia, serietà e responsabilità, profonda soprattutto profonda umanità, tutte parole che nel mondo dei grandi non possono andare troppo spesso insieme, ma nella città dei piccoli le parole non esistono.

E anche quello che Maria Chiara faceva era davvero speciale. Gli altri grandi erano tutti impegnati a far diventare grandi i bambini, a dargli cartelli stradali invece che favole, a dargli penne e matite piuttosto che colori, e rimproveri invece che filastrocche. Magari senza saperlo, magari sottilmente facevano dimenticare ai bambini di essere bambini. Forse nemmeno loro si ricordavano di esserlo stati, un giorno.

Maria Chiara però faceva un lavoro speciale. Aveva una stanza tutta sua, dove i bambini ci passavano del tempo a piccoli gruppi. Era una stanza particolare, che i bambini chiamavano “magica”. Forse perché era piena di enormi specchi in cui i bambini si guardavano, un po’ per riconoscersi, un po’ per ridere di se stessi, che forse è una delle cose più belle da imparare, un po’ per vedere gli altri diversamente. Poi Maria Chiara raccontava loro tantissime storie, altre volte prendeva i giornali, i bambini ritagliavano le foto e mettendole insieme secondo una logica personale inventavano delle storie. Le loro associazioni erano così legittime…

Spesso giocavano con i colori, con la pasta, con l’argilla, con il collage: le loro mani erano la strada dei loro pensieri.

E Maria Chiara parlava con loro, ma non come se parlasse a dei deficienti ( a volte i grandi fanno questo errore ) ma come a delle “persone”, poi, soprattutto, ascoltava. Le loro piccole ma importanti cronache, i loro fidanzamenti giornalieri, le chiacchiere della loro famiglia, le loro paure, i loro desideri. I grandi non sempre erano così, a volte li ho sentiti urlare “cretino” e altre parole cordiali a bambini che nemmeno da 5 anni stanno al mondo.

Maria Chiara era grande, ma la grande della stanzina magica, piena di festoni, colori, emozioni, sensazioni, percezioni, insomma vita.

Inizialmente la stanza magica era stata pensata per i bambini “ problematici”, intendendo con questa etichetta extracomunitari, bambini dislessici, caratteriali, poveri, arretrati, insomma tutto ciò che non rientra nella “ città perfetta”. Ma Maria Chiara non è così che ha costruito la stanzina magica. No, assolutamente. La stanzina magica è in particolare per questi bambini, ma è di tutti i bambini, perché non è nell’emarginazione che le differenze divengono un’opportunità. E ho visto bambini sciogliere la lingua e udire la loro voce che non conoscevo, altri sorridere, altri ancora uscire dalla stanzina magica e andare nel mondo dei grandi con gli occhi consapevoli per guardare i grandi dritto negli occhi, coscienti, nella loro piccola grande coscienza, che i veri sguardi capace di afferrare la realtà e migliorarla erano i loro, e non quelli dei grandi.

Che solo nei loro occhi ci potevano essere quella lettere silenziose e sconosciute per ricostruire un mondo diverso, magari solo più autenticamente vivo.

Ecco, tutto ciò ho visto nei corridoi della piccola città. Tutto ciò ho imparato non solo professionalmente ma soprattutto umanamente, come donna, anzi più che imparato vissuto.

Maria Chiara alla fine del mese andrà via, purtroppo. Io mi sento triste, per questo. Una tristezza lieve, di chi indirettamente ha ricevuto moltissimo. Ma la regina di Picche e i suoi amabili cortigiani hanno tagliato opportunità, soldi e posti, per far spazio all’esercito del Celeste Impero che merita a loro avviso, l’incremento maggioritario dei fondi.

E anche questo è molto triste.

Maria Chiara sta assemblando tutti i colori, le forme, le storie che i bambini e le bambine hanno tirato fuori con lei. Si sono accorti che almeno per lei esistevano. Sono stati fortunati.

Ed anche io, come le ho detto.

Vedo la stanza magica cadere su stessa, disegni che si infrangono fra la polvere dell’ultimo pavimento imbrattato. L’odore di colla, di tempere e di immagini ancora per un poco trasale nell’aria e mi arriva dentro, dove la piccola stanza magica che ho messo nella mia anima per racchiudere quanto ho imparato da questi bambini e da Maria Chiara non potrà mai essere abbattuta e dove esiste sempre una parete piena di colori e uno specchio, per passarci dentro e ricordarsi che “the backside exists…”

 

 

 Erikal.

 
 

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