"Io credo questo:le fiabe sono vere.Sono prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, sono il catalogo dei destini che possono darsi un uomo e una donna" (I.Calvino-"Fiabe Italiane")
 

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Il sangue amaro

Manlia fin da piccola aveva avuto una propensione per quella soglia dove le sfumature tra l’esistere e il non esistere non apparivano delineate.

Regolarmente, da quando era bambina, la malinconia la prendeva all’improvviso e non la lasciava mai.

“ Avrà il sangue amaro come noi” profetizzava il nonno quando era piccola.

“Amaro cosa ???” chiedeva la nuora, cioè la madre di Manlia, allarmata.

“Amaro per la malinconia…” sospirava il vecchio uomo dalla barba incolta.

La madre di Manlia cercava fin da allora ti tenere la bimba allegra, portandola spesso alle feste, ai giardini, ma soprattutto cercando di convincerla che nella vita non bisogna prendersi troppo sul serio, perché sarebbe letale. Solo che certe cose non le si possono imparare, si possono imitare, ma non avere, né tanto meno essere.

Fin da bambina l’affascinavano i pensieri tristi, a volte ci giocava: aveva da poco imparato a leggere quando la sua deleteria e autodistruttiva curiosità, il cui dazio avrebbe pagato anche da grande, la spinse a chiudersi nel bagno, a prendere un poco ci carta igienica e a spruzzarci su della lacca per capelli e a respirare l’esalazione dei gas. Provò una sensazione di estraniamento e leggero intordimento che al contempo aveva il gusto del proibito e della piacevolezza. Ancora non c’era la questione del buco dell’ozono. Ripetè altre volte quell’operazione, e le piaceva giocare sulla soglia. Manlia crebbe con l’anima divisa in due: trascorreva dei periodi in cui era davvero molto entusiasta, energica e piena di vitalità, ad altri in cui il suo spirito molto più che abbattuto.

Non era mai riuscita a convivere con questa sua spaccatura né a gestirla coerentemente, ma era molto consapevole: del suo dolore, della sua incapacità, della alienazione da se stessa e dagli altri che tale stato le comportava, dei suoi desideri conflittuali ora di una vita così forte, ora di un istinto così forte di rovinarsi definitivamente.

A essere onesta con se stessa non c’erano motivi o ragioni reali che la spingessero alla disperazione, capitava però che accumulava dentro troppe cose, troppi progetti, troppi sforzi, troppe parole non dette, troppe scelte, e forse anche troppo eventi non elaborati emotivamente, troppi pensieri, ecco non smetteva mai di pensare: automaticamente la sua mente spaziava guardando ogni cosa da ogni prospettiva possibile e questo complicava molto la vita, se sommato a una discreta dose di ansia, di poca stima di sè e un’accentuata sensibilità, certe volte le era davvero impossibile.

Non che non avesse fatto niente per porvi rimedio: anzi, aveva provato di tutto e di tutti, accumulando così delle opinioni ben sperimentate su ( in ordine sparso ) psicologi, erboristi, neurologi, pastori protestanti, massaggiatori. Questo nell’ambito delle professioni alla fine non risolutive. Con gli altri non ne parlava più del suo problema, della sua amarezza, per non contagiarli.

Una volta era già estate e pensava che ormai il momento amaro non sarebbe arrivato, visto che si presentava di norma da gennaio a marzo. L’anno prima l’aveva curato sotto osservazione medica con magnesio e qualche blando ansiogeno ( blando, ormai son tutti così blandi gli psicofarmaci che sembrano zigulì, a detta degli esperti e di molti utenti, pensava Manlia ), e si era rimessa in forze.

Questa volta il momento amaro arrivò più tardi, a giugno. In realtà era già un po’ che non dormiva bene, ma dava la colpa al cambio dell’ora, alla primavera, al tempo. Ogni giorno era sempre più difficile alzarsi, gli occhi le pesavano tantissimo, tanto da bruciarle. Poi, mentre era in auto, si presentarono anche sporadici crisi di pianto, per cui non sapeva più trovare la strada di casa, che era dietro l’angolo. Iniziò a dimenticarsi le cose: faceva lo scontrino del parcheggio e non lo prendeva, al mattino preparava il caffè e si dimenticava di berlo. Andò dal dottore e intanto le dette delle medicine per dormire. Iniziò a dormire, e pensava “ Questa volta ti ho sconfitto prima che arrivassi troppo dentro”. Ma il sangue amaro non è così facile da sconfiggere: per alcuni dettagli, come una foglio messo male, andava in crisi, si colpevolizzava per l’infelicità di chi gli stava accanto, piangeva ad ogni film comico che vedeva, e come altre volte, fuggì per qualche ora. Altre volte lo aveva fatto ma poi il suo tentativo di fuga durava poche ore. Poi recentemente con i telefonini tutto è più difficile e la tentazione di essere comunque reperibili è molto difficile da sconfiggere. Inoltre tornava a casa, sempre dopo qualche ora dalla fuga, perché sapeva che a sua madre si strappava il cuore, e questo non lo sopportava. Del resto la madre la conosceva così bene che intuiva quando stava scappando da come la salutava sulla porta.

Quella domenica era una domenica diversa. Stava appuntando alcune parole della lingua slava ( la passione per le lingue straniere era una cosa che la caratterizzava da sempre ) su un quaderno ad anelli mentre ascoltava la musica. Il cd lesse una traccia che non ricordava nemmeno di avere, era la colonna sonora di “ lezioni di piano”. Questa storia era molto strana: lei non aveva mai visto il film, tutti glielo avevano descritto ma lei non era mai andato a vederlo perché sapeva che avrebbe sofferto troppo. Però la colonna sonora era finita tra i suoi cd. Un pensiero rapido e senza forma ma efficace come solo il pensiero può esserlo, le rapì l’anima. Sistemò il lettore cd nella funzione repeat, e alzò il volume, forse perché i suoi familiari sentissero. Poi con molta freddezza si diresse in camera, come guidata da una forza innaturale. Si sdraiò sul letto, prese le medicine per dormire, cioè ne prese più di una. Le piaceva prendere quelle medicine, perché era un sonno indotto e il più delle volte,a differenza del sonno naturale, aveva la perfetta coscienza di lasciare la veglia per cadere nel sonno, il passaggio di questa soglia era molto affascinante e un po’ macabro, sentiva come una voce che la chiamava. Quella sera decise di prenderne più di una. Guardò la foto del suo uomo al fianco del suo letto: era bellissimo, era amatissima. Ascoltò le note del pianoforte riempire le pareti, e le sembrò tutto così bello e perfetto per addormentarsi a tempo indeterminato.

Poco dopo il cellulare suonò, era il suo compagno ma lei questo non lo sentiva già più. Suo fratello glielo portò e si impaurì nel vederla inerme sul letto, con il volto bianco e le mani fredde. Intervennero i suoi genitori. Poi il resto è tutto molto confuso: di voci, di carezze, di pizzicotti, di occhi che lentamente si dischiudono per guardare nitidamente. Tornò alla realtà. Vide il viso di sua madre disperato, quello di suo fratello impaurito e quello di suo padre colpevolizzante.

Non capiva molto bene: le parole erano suoni confusi. Udì solo suo padre che commentava “ Ma perché ne ha prese più di una, ma perché fa questi versi.”

Ascoltando queste parole trovò conferma che certe cose, certe malattie, certe situazioni così di disagio non sono ancora di questo mondo. A volte non si capisce, la maggior parte delle volte. Si ripiegò sul letto, con gli occhi lucidi, stava pensando “ Se non mangio più, me ne posso andare di qui senza far tanto rumore.” Ma sembrò più una vendetta che un proposito. Forse anche lui aveva infondo il sangue amaro. Sentì un profondo odio per suo padre, della compassione per sua madre, e per lei solo un senso di disperazione e solitudine che dal suo sangue amaro dilagavano nello spazio circostante fino a divenire un tempo indelebile.

 

 Erikal.

 
 

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