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Manlia fin da piccola aveva avuto una
propensione per quella soglia dove le sfumature tra l’esistere e
il non esistere non apparivano delineate.
Regolarmente, da quando era bambina, la
malinconia la prendeva all’improvviso e non la lasciava mai.
“ Avrà il sangue amaro come noi”
profetizzava il nonno quando era piccola.
“Amaro cosa ???” chiedeva la nuora, cioè
la madre di Manlia, allarmata.
“Amaro per la malinconia…” sospirava il
vecchio uomo dalla barba incolta.
La madre di Manlia cercava fin da allora
ti tenere la bimba allegra, portandola spesso alle feste, ai
giardini, ma soprattutto cercando di convincerla che nella vita
non bisogna prendersi troppo sul serio, perché sarebbe letale.
Solo che certe cose non le si possono imparare, si possono
imitare, ma non avere, né tanto meno essere.
Fin da bambina l’affascinavano i pensieri
tristi, a volte ci giocava: aveva da poco imparato a leggere
quando la sua deleteria e autodistruttiva curiosità, il cui
dazio avrebbe pagato anche da grande, la spinse a chiudersi nel
bagno, a prendere un poco ci carta igienica e a spruzzarci su
della lacca per capelli e a respirare l’esalazione dei gas.
Provò una sensazione di estraniamento e leggero intordimento che
al contempo aveva il gusto del proibito e della piacevolezza.
Ancora non c’era la questione del buco dell’ozono. Ripetè altre
volte quell’operazione, e le piaceva giocare sulla soglia.
Manlia crebbe con l’anima divisa in due: trascorreva dei periodi
in cui era davvero molto entusiasta, energica e piena di
vitalità, ad altri in cui il suo spirito molto più che
abbattuto.
Non era mai riuscita a convivere con
questa sua spaccatura né a gestirla coerentemente, ma era molto
consapevole: del suo dolore, della sua incapacità, della
alienazione da se stessa e dagli altri che tale stato le
comportava, dei suoi desideri conflittuali ora di una vita così
forte, ora di un istinto così forte di rovinarsi
definitivamente.
A essere onesta con se stessa non c’erano
motivi o ragioni reali che la spingessero alla disperazione,
capitava però che accumulava dentro troppe cose, troppi
progetti, troppi sforzi, troppe parole non dette, troppe scelte,
e forse anche troppo eventi non elaborati emotivamente, troppi
pensieri, ecco non smetteva mai di pensare: automaticamente la
sua mente spaziava guardando ogni cosa da ogni prospettiva
possibile e questo complicava molto la vita, se sommato a una
discreta dose di ansia, di poca stima di sè e un’accentuata
sensibilità, certe volte le era davvero impossibile.
Non che non avesse fatto niente per porvi
rimedio: anzi, aveva provato di tutto e di tutti, accumulando
così delle opinioni ben sperimentate su ( in ordine sparso )
psicologi, erboristi, neurologi, pastori protestanti,
massaggiatori. Questo nell’ambito delle professioni alla fine
non risolutive. Con gli altri non ne parlava più del suo
problema, della sua amarezza, per non contagiarli.
Una volta era già estate e pensava che
ormai il momento amaro non sarebbe arrivato, visto che si
presentava di norma da gennaio a marzo. L’anno prima l’aveva
curato sotto osservazione medica con magnesio e qualche blando
ansiogeno ( blando, ormai son tutti così blandi gli psicofarmaci
che sembrano zigulì, a detta degli esperti e di molti utenti,
pensava Manlia ), e si era rimessa in forze.
Questa volta il momento amaro arrivò più
tardi, a giugno. In realtà era già un po’ che non dormiva bene,
ma dava la colpa al cambio dell’ora, alla primavera, al tempo.
Ogni giorno era sempre più difficile alzarsi, gli occhi le
pesavano tantissimo, tanto da bruciarle. Poi, mentre era in
auto, si presentarono anche sporadici crisi di pianto, per cui
non sapeva più trovare la strada di casa, che era dietro
l’angolo. Iniziò a dimenticarsi le cose: faceva lo scontrino del
parcheggio e non lo prendeva, al mattino preparava il caffè e si
dimenticava di berlo. Andò dal dottore e intanto le dette delle
medicine per dormire. Iniziò a dormire, e pensava “ Questa volta
ti ho sconfitto prima che arrivassi troppo dentro”. Ma il sangue
amaro non è così facile da sconfiggere: per alcuni dettagli,
come una foglio messo male, andava in crisi, si colpevolizzava
per l’infelicità di chi gli stava accanto, piangeva ad ogni film
comico che vedeva, e come altre volte, fuggì per qualche ora.
Altre volte lo aveva fatto ma poi il suo tentativo di fuga
durava poche ore. Poi recentemente con i telefonini tutto è più
difficile e la tentazione di essere comunque reperibili è molto
difficile da sconfiggere. Inoltre tornava a casa, sempre dopo
qualche ora dalla fuga, perché sapeva che a sua madre si
strappava il cuore, e questo non lo sopportava. Del resto la
madre la conosceva così bene che intuiva quando stava scappando
da come la salutava sulla porta.
Quella domenica era una domenica diversa.
Stava appuntando alcune parole della lingua slava ( la passione
per le lingue straniere era una cosa che la caratterizzava da
sempre ) su un quaderno ad anelli mentre ascoltava la musica. Il
cd lesse una traccia che non ricordava nemmeno di avere, era la
colonna sonora di “ lezioni di piano”. Questa storia era molto
strana: lei non aveva mai visto il film, tutti glielo avevano
descritto ma lei non era mai andato a vederlo perché sapeva che
avrebbe sofferto troppo. Però la colonna sonora era finita tra i
suoi cd. Un pensiero rapido e senza forma ma efficace come solo
il pensiero può esserlo, le rapì l’anima. Sistemò il lettore cd
nella funzione repeat, e alzò il volume, forse perché i suoi
familiari sentissero. Poi con molta freddezza si diresse in
camera, come guidata da una forza innaturale. Si sdraiò sul
letto, prese le medicine per dormire, cioè ne prese più di una.
Le piaceva prendere quelle medicine, perché era un sonno indotto
e il più delle volte,a differenza del sonno naturale, aveva la
perfetta coscienza di lasciare la veglia per cadere nel sonno,
il passaggio di questa soglia era molto affascinante e un po’
macabro, sentiva come una voce che la chiamava. Quella sera
decise di prenderne più di una. Guardò la foto del suo uomo al
fianco del suo letto: era bellissimo, era amatissima. Ascoltò le
note del pianoforte riempire le pareti, e le sembrò tutto così
bello e perfetto per addormentarsi a tempo indeterminato.
Poco dopo il cellulare suonò, era il suo
compagno ma lei questo non lo sentiva già più. Suo fratello
glielo portò e si impaurì nel vederla inerme sul letto, con il
volto bianco e le mani fredde. Intervennero i suoi genitori. Poi
il resto è tutto molto confuso: di voci, di carezze, di
pizzicotti, di occhi che lentamente si dischiudono per guardare
nitidamente. Tornò alla realtà. Vide il viso di sua madre
disperato, quello di suo fratello impaurito e quello di suo
padre colpevolizzante.
Non capiva molto bene: le parole erano
suoni confusi. Udì solo suo padre che commentava “ Ma perché ne
ha prese più di una, ma perché fa questi versi.”
Ascoltando queste parole trovò conferma
che certe cose, certe malattie, certe situazioni così di disagio
non sono ancora di questo mondo. A volte non si capisce, la
maggior parte delle volte. Si ripiegò sul letto, con gli occhi
lucidi, stava pensando “ Se non mangio più, me ne posso andare
di qui senza far tanto rumore.” Ma sembrò più una vendetta che
un proposito. Forse anche lui aveva infondo il sangue amaro.
Sentì un profondo odio per suo padre, della compassione per sua
madre, e per lei solo un senso di disperazione e solitudine che
dal suo sangue amaro dilagavano nello spazio circostante fino a
divenire un tempo indelebile.
Erikal.
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