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Hai mai visto
il mondo con gli occhi chiusi?
Non sto
parlando di assenza di luce, ma bada bene, di occhi chiusi.
Sigillati. Impossibile da aprire.
Io l’ho visto
e non me lo tolgo di dosso.
Indosso certe
visioni come un passato che anche con le chiavi in mano non si
può decifrare.
Questi miei
occhi, erano neri. Come la pece.
Guardali,
sembrano acqua di lago, leggermente sabbiosi.
Non è acqua,
ma inezioni al cortisone che mi hanno portato via il colore
degli occhi. Quello delle cose, non l’ho mai conosciuto.
Guardami,
negli occhi. Te lo chiedo per favore. Non voltarti.
Vedi, queste
tempie bucate da terminali e aghi, aride, senza scorrimento
alcuno.
E ho camminato
così.
E così ho
vissuto.
Hai mai visto
il mondo con i miei occhi?
Te lo posso
raccontare, senza vederlo.
Guarda le mie
dita. Sono preziose. Sono importanti, loro sono alcuni dei miei
occhi. Perché con queste leggo le parole, anche se leggo
lentamente una fila di puntini in rilievo per altri anonimi, per
me tutti i mondi che non conosco, con queste accarezzo i visi,
con queste conosco. Ciò che esiste, o, almeno una parte.
Non
distogliermi lo sguardo. Lo sento sai quando cambi umore. Quando
ti faccio pena. E come tutti penso non sopporto di suscitare
compassione.
Guardami
dentro, dentro agli occhi, perché sono senza respiro questi
occhi, ma sanno cose che nemmeno tu puoi vedere.
Ascolto,
sempre all’erta, per un rumore, per un suono. Io le persone non
le conosco per come sono fatte, troppo difficile da immaginare.
Le conosco per come camminano, per come respirano, per come si
muovono, per come parlano, e cerco di stare attenta a ogni
percezione, perché a volte mi mancano gli occhi.
E quando sono
in mezzo alla gente non so mai come mi “vedono”: non posso
davvero leggere i loro sguardi, provare a me stessa che le loro
parole sono uguale ai loro occhi.
Ma io si, io
quel che provo mi si legge negli occhi, per questo ho paura, una
fottuta paura di essere guardata senza guardare, mi sento a
volte nuda in mezzo alla folla, senza poter spogliare a mia
volta. A volte sono un po’ prevenuta, ho paura che gli altri mi
freghino.
Io le cose non
le vedo. Le sento, ma è sempre parziale. A volte non capisco,
sento la luce cambiare, e anche un ‘ombra sul viso allora mi fa
paura, mi sento il cuore tremare.
Non mi piace
tenere il bastone, preferisco sbattere contro gli spigoli e le
croste sulle mie caviglie possono dirtelo.
Lo spazio non
è mai troppo.
Guardami negli
occhi, a volte tremano, ma io li tengo aperti anche se non vedo.
Non conosco il viso dei miei cari, dei miei amici, e nemmeno il
mio. Praticamente la mia realtà è tutta un’altra realtà, fatta
di frammenti di quello che a modo mio sento, di quello che gli
altri mi portano, di come io me la invento.
“ Come è
questo abito?”
“ Azzurro.”
“ Azzurro come
il cielo.”
“ Ma io il
cielo non l’ho mai visto”.
Ma me lo hanno
raccontato ma credo sia una grande coperta con sopra dei ricami
speciali che mi disegno a modo mio. Mi piace ricamare, cucinare,
fare maglioni con i ferri. Tutte queste cose le posso fare.
Io non
maledico i miei occhi.
Perché posso
guardare diversamente cose che sfuggono a chi vede. Per me
vedere è vivere e vivere una sinfonia.
Mi piace molto
la musica, mi fa stare bene e anche la televisione. A volte
dicono cose stupide, ma ho imparato tantissimo ascoltando la TV,
perché altrimenti non avrei potuto leggere tutto quanto con i
miei occhi sui polpastrelli. A volte non capisco molto di quello
che accade sullo schermo, perché non tutto ciò che accade ha
bisogno di parole.
Mi piacciono i
film come la fioraia che non ci vedeva del cinema muto, che
paradosso!
Anzi, mi
piacciono le storie. Perché allargano la mia vita, e mentre
ascolto silenziosamente le cambio a modo mio, o penso di viverle
io, mi fan sentire meno sola, il poter vivere le vite che non
ho.
Non posso
scrivere, non posso leggere, non posso scendere le scale da
sola, non posso andare in un bagno che non conosco da sola, non
posso viaggiare da sola.
I miei erano
un po’ all’antica e so che oggi ci sono tanti corsi per
“insegnarci” a fare più cose, da soli.
Ogni tanto da
casa passa Marco. Marco è un tipo un po’ matto, ma sto bene con
lui. Perché mi parla, senza imbarazzo. Mi considera una persona
senza vivisezionarmi. Ed è onesto, io lo sento subito questo,
anche se non lo dico. Mi racconta tante storie, perché sa che mi
piacciono. E mi fa sorridere.
Un giorno ha
avuto un’idea davvero matta, anche essa matta. Mi ha preso per
mano, siamo andati in strada, mi faceva sentire i rumori
lontani, e poi gli odori vicini, e poi mi faceva toccare le cose
a portata di mano, o mi faceva immaginare quelle poco più in là.
Usava parole strane, parlava di campi, di figure. Era un gioco
davvero buffo. Poi siamo entrati in una sala buia, me lo ha
detto lui che era buia, perché era sera. C’era tanta altra gente
con noi, e ci siamo seduti su delle poltrone comode. Stavano
tutti zitti,e allora io parlavo sottovoce. Sussurravo. Marco mi
stringeva la mano. Forte. Poi un rumore, dei bagliori davanti a
me, le voci. Le voci forti e scandite. Era come un film in
gigantografia, ho capito: era il cinema. Ascoltavo la storia, ma
l’incanto era Marco, che mi sussurrava fra i capelli le
distanze, i primi piani, così si dice quando il viso prende
tutto il telo, l’ho imparato. Io era come se vedessi. E ho
capito molto della vita, di queste distanze che contano anche
fuori dal cinema, e dopo quella sera tutto ciò che sentivo era
amplificato.
Un’altra sera
Marco è rimasto da me a dormire. E anche altre sere. E allora
tra i capelli ci siam sussurrati altre cose. E non avevo più
paura. Di non saper fare, di non saper essere “giust”. Ho
guardato il suo corpo, con le mie mani, non ho fatto mai entrare
nessuno nella mia dimensione così dentro come lui. Ho capito che
lo spettacolo era fuori, dal cinema, dalla musica, dalla poesia.
Ho capito che le cose “ viste “ fino a quel momento erano solo
il primo gradino di un lungo viaggio di ritmi e sensazioni, da
cui mai sarei tornata indietro. E ho compreso che forse non
vedrò mai il suo volto, ma che sono fortunata, perché riconosco
il suo respiro, il suo malumore, la sua ironia, l’odore del suo
ufficio, senza aver mai visto tutto ciò.
Guardami, non
era doloroso, mi piace parlare, e magari tenere la mano di chi
mi parla nella mia, mi fa sentire più vicina, agli altri,
compensare certe mancanze.
Quella sera è
stata per me speciale, perché è come se avessi riacquistato la
vista che mai avrò. Ho iniziato a vivere, praticamente da quella
sera. A non mettere insieme più vite, storie, pensieri, come una
collezionista, ma a viverla da dentro, la mia vita. E ancora
oggi mi sembra incredibile, ritenermi a modo mio fortunata.
Ogni tanto
esco con lui, e facciamo il gioco dei campi e delle figure, per
scherzare, per prenderci un po’ in giro,ogni tanto ancora mi
perdo in episodi di altre persone, di altre storie, di altre
visioni,per poi ricordarmi che anche io ora sono la regista
effettiva dei miei giorni, e sorrido, con gli occhi e con la
bocca, come piace a lui. E nessuna ombra è invincibile.
Erikal.
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