"Io credo questo:le fiabe sono vere.Sono prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, sono il catalogo dei destini che possono darsi un uomo e una donna" (I.Calvino-"Fiabe Italiane")
 

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Guardami

Hai mai visto il mondo con gli occhi chiusi?

Non sto parlando di assenza di luce, ma bada bene, di occhi chiusi. Sigillati. Impossibile da aprire.

Io l’ho visto e non me lo tolgo di dosso.

Indosso certe visioni come un passato che anche con le chiavi in mano non si può decifrare.

Questi miei occhi, erano neri. Come la pece.

Guardali, sembrano acqua di lago, leggermente sabbiosi.

Non è acqua, ma inezioni al cortisone che mi hanno portato via il colore degli occhi. Quello delle cose, non l’ho mai conosciuto.

Guardami, negli occhi. Te lo chiedo per favore. Non voltarti.

Vedi, queste tempie bucate da terminali e aghi, aride, senza scorrimento alcuno.

E ho camminato così.

E così ho vissuto.

Hai mai visto il mondo con i miei occhi?

Te lo posso raccontare, senza vederlo.

Guarda le mie dita. Sono preziose. Sono importanti, loro sono alcuni dei miei occhi. Perché con queste leggo le parole, anche se leggo lentamente una fila di puntini in rilievo per altri anonimi, per me tutti i mondi che non conosco,  con queste accarezzo i visi, con queste conosco. Ciò che esiste, o, almeno una parte.

Non distogliermi lo sguardo. Lo sento sai quando cambi umore. Quando ti faccio pena. E come tutti penso non sopporto di suscitare compassione.

Guardami dentro, dentro agli occhi, perché sono senza respiro questi occhi, ma sanno cose che nemmeno tu puoi vedere.

Ascolto, sempre all’erta, per un rumore, per un suono. Io le persone non le conosco per come sono fatte, troppo difficile da immaginare. Le conosco per come camminano, per come respirano, per come si muovono, per come parlano, e cerco di stare attenta a ogni percezione, perché a volte mi mancano gli occhi.

E quando sono in mezzo alla gente non so mai come mi “vedono”: non posso davvero leggere i loro sguardi, provare a me stessa che le loro parole sono uguale ai loro occhi.

Ma io si, io quel che provo mi si legge negli occhi, per questo ho paura, una fottuta paura di essere guardata senza guardare, mi sento a volte nuda in mezzo alla folla, senza poter spogliare  a mia volta. A volte sono un po’ prevenuta, ho paura che gli altri mi freghino.

Io le cose non le vedo. Le sento, ma è sempre parziale. A volte non capisco, sento la luce cambiare, e anche un ‘ombra sul viso allora mi fa paura, mi sento il cuore tremare.

Non mi piace tenere il bastone, preferisco sbattere contro gli spigoli e le croste sulle mie caviglie possono dirtelo.

Lo spazio non è mai troppo.

Guardami negli occhi, a volte tremano, ma io li tengo aperti anche se non vedo. Non conosco il viso dei miei cari, dei miei amici, e nemmeno il mio. Praticamente la mia realtà è tutta un’altra realtà, fatta di frammenti di quello che a modo mio sento, di quello che gli altri mi portano, di come io me la invento.

“ Come è questo abito?”

“ Azzurro.”

“ Azzurro come il cielo.”

“ Ma io il cielo non l’ho mai visto”.

Ma me lo hanno raccontato ma credo sia una grande coperta con sopra dei ricami speciali che mi disegno a modo mio. Mi piace ricamare, cucinare, fare maglioni con i ferri. Tutte queste cose le posso fare.

Io non maledico i miei occhi.

Perché posso guardare diversamente cose che sfuggono a chi vede. Per me vedere è vivere e vivere una sinfonia.

Mi piace molto la musica, mi fa stare bene e anche la televisione. A volte dicono cose stupide, ma ho imparato tantissimo ascoltando la TV, perché altrimenti non avrei potuto leggere tutto quanto con i miei occhi sui polpastrelli. A volte non capisco molto di quello che accade sullo schermo, perché non tutto ciò che accade ha bisogno di parole.

Mi piacciono i film come la fioraia che non ci vedeva del cinema muto, che paradosso!

Anzi, mi piacciono le storie. Perché allargano la mia vita, e mentre ascolto silenziosamente le cambio a modo mio, o penso di viverle io, mi fan sentire meno sola, il poter vivere le vite che non ho.

Non posso scrivere, non posso leggere, non posso scendere le scale da sola, non posso andare in un bagno che non conosco da sola, non posso viaggiare da sola.

I miei erano un po’ all’antica e so che oggi ci sono tanti corsi per “insegnarci” a fare più cose, da soli.

Ogni tanto da casa passa Marco. Marco è un tipo un po’ matto, ma sto bene con lui. Perché mi parla, senza imbarazzo. Mi considera una persona senza vivisezionarmi. Ed è onesto, io lo sento subito questo, anche se non lo dico. Mi racconta tante storie, perché sa che mi piacciono. E mi fa sorridere.

Un giorno ha avuto un’idea davvero matta, anche essa matta. Mi ha preso per mano, siamo andati in strada, mi faceva sentire i rumori lontani, e poi gli odori vicini, e poi mi faceva toccare le cose a portata di mano, o mi faceva immaginare quelle poco più in là. Usava parole strane, parlava di campi, di figure. Era un gioco davvero buffo. Poi siamo entrati in una sala buia,  me lo ha detto lui che era buia, perché era sera. C’era tanta altra gente con noi, e ci siamo seduti su delle poltrone comode. Stavano tutti zitti,e  allora io parlavo sottovoce. Sussurravo. Marco mi stringeva la mano. Forte. Poi un rumore, dei bagliori davanti a me, le voci. Le voci forti e scandite. Era come un film in gigantografia, ho capito: era il cinema. Ascoltavo la storia, ma l’incanto era Marco, che mi sussurrava fra i capelli le distanze, i primi piani, così si dice quando il viso prende tutto il telo, l’ho imparato. Io era come se vedessi. E ho capito molto della vita, di queste distanze che contano anche fuori dal cinema, e dopo quella sera tutto ciò che sentivo era amplificato.

Un’altra sera Marco è rimasto da me a dormire. E anche altre sere. E allora tra i capelli ci siam sussurrati altre cose. E non avevo più paura. Di non saper fare, di non saper essere “giust”. Ho guardato il suo corpo, con le mie mani, non ho fatto mai entrare nessuno nella mia dimensione così dentro come lui. Ho capito che lo spettacolo era fuori, dal cinema, dalla musica, dalla poesia. Ho capito che le cose “ viste “ fino a quel momento erano solo il primo gradino di un lungo viaggio di ritmi e sensazioni, da cui mai sarei tornata indietro. E ho compreso che forse non vedrò mai il suo volto, ma che sono fortunata, perché riconosco il suo respiro, il suo malumore, la sua ironia, l’odore del suo ufficio, senza aver mai visto tutto ciò.

Guardami, non era doloroso, mi piace parlare, e magari tenere la mano di chi mi parla nella mia, mi fa sentire più vicina, agli altri, compensare certe mancanze.

Quella sera è stata per me speciale, perché è come se avessi riacquistato la vista che mai avrò. Ho iniziato a vivere, praticamente da quella sera. A non mettere insieme più vite, storie, pensieri, come una collezionista, ma a viverla da dentro, la mia vita. E ancora oggi mi sembra incredibile, ritenermi a modo mio fortunata.

Ogni tanto esco con lui, e facciamo il gioco dei campi e delle figure, per scherzare, per prenderci un po’ in giro,ogni tanto ancora mi perdo in episodi di altre persone, di altre storie, di altre visioni,per poi ricordarmi che anche io ora sono la regista effettiva dei miei giorni, e sorrido, con gli occhi e con la bocca, come piace a lui. E nessuna ombra è invincibile.

 

 

Erikal.

 
 

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