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(
Questo è per me il viaggio di Impronte, alcune racchiuse qui,
secondo una selezione e un'organizzazione puramente emotiva.)
"E Sherazade
aveva da poco attraversato il sentiero principale di
Improntopoli , ed era passata attraverso le sue gallerie e i
suoi labirinti che si dimenavano nella città sotterranea.
Numeri. Manifesti. Contromanifesti. Nomi. Città. Titoli. Griglie
complete di un grande alveare dove ogni cosa necessariamente pur
nella sua bellezza di colori e forme doveva avere uno ed un solo
posto. Ma non era così che Sherazade sentiva quella città. Quei
colori avevano odori, quelle linee erano per lei parole, e ancor
prima pensieri, forse solo in attesa di un pensatore. Erano la
membrana sottile dove confluisce quel fondo di tutta l'umanità e
si culla, e allora spazio e tempo non esistono più e persino il
dolore diviene pensabile. A questo Sherazade pensava viaggiando
e riempiendosi gli occhi di colori, tele e pennellate. Sentiva i
disegni sulla pelle. Qualcosa che la turbava rendendola felice,
un'invisibile ragnatela di sensazioni. E sconfinava, fin sopra,
dove si estendeva la città in superficie. Che altro non era,
scoprì Sherazade, il riflesso di quella nascosta. Tutta la
natura era preesistita e scritta nelle opere che lei aveva
attraversato. Catapultata fuori da Improntopoli al termine del
suo viaggio, si ritrovò in un' aula grande e afosa dall'ossigeno
di pura accademia. Temeva forse che le gabbie dei numeri, dei
nomi, dei manifesti, delle città le imbrigliassero il pensiero,
certo le griglie fanno sentire quasi dei: sembra di avere tutto
il mondo, conosciuto e non, racchiuso in una formula e quindi di
poterlo dominare. Ma per Sherazade le linee chiuse e i domini
erano località improprie per il proprio spirito. Per questo
temeva l'avvento dell'alveare, temeva. Invece l'uomo davanti a
lei, solare e lucente, le chiese " Parlami dell'emozione che il
tuo cuore ha sentito camminando per Improntopoli" E Sherazade,
sorridendo con gli occhi, quasi incredula iniziò a parlare e a
raccontare delle sue sensazioni che avevano sobbalzato nella
materia e nello spirito di tutte quelle tele, di tutti quei
marmi, di tutti quei muri VISSUTI. Un corpo a corpo senza
confini. E le sue parole sembravano una melodia intonata su
scale cromatiche e luminescenti, dove persino l'ombra e la
trasparenza avevano un suono, suoni che circolavano liberamente
senza compartimenti stagni. E in quelle melodie pronunciate
dalle sue labbra pensieri, colori e anime si compenetravano a
vicenda creando dall'arte il miracolo stesso della natura e
quindi dell'esistenza, ricordando in ogni tocco quanto sia bella
la vita...." Erikal.
"Dipingerei
con un sogno di Van Gogh sopra le stelle..." ( G.G.Marquez )
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