Galeotto fu il fico


Il seguente racconto è stato scritto nei vesti di Lucia Mondella (@TwLuciam) per il contest di TwLetteratura su “I Promessi Sposi” svolto con le scuole nel 2013-14 su Twitter. Fra le varie esperienze proposte, insieme a Alessandro Pigoni (@TwRenzo) abbiamo pensato di scrivere su invito di “Svolgimento” il “perchè mi sono innamorato di te” di Renzo e Lucia, dando voce a una trama in forma di canone fra due adolescenti infondo non così lontani.
Il sito che ospita il racconto con i feedback dei lettori è quicopj170
Lucia: Fu sul sagrato della Chiesa, finita la messa domenicale, che lo vidi per la prima volta con occhi nuovi: era sui gradini con suo cugino Bortolo. Da piccoli io e Renzo giocavamo nelle strade di paese, poi ci sono stati anni di allontanamento ed educata indifferenza, ma  in un sole accecante di Agosto tutta la nebbia del tempo di diradò. Sostenendomi al braccio di mia madre sentìì un odore di buono pervenire dalla mia destra. Lentamente voltai lo sguardo e lo vidi in controluce.Renzo parlava in piedi con Don Abbondio e Bortolo. Agitava le mani…. Agitava le mani, grandi e scolpite dalla fatica,  con gli occhi passai in rassegna delicatamente il suo viso. E fu il suo sguardo che mi dipinse le gote di rosso: un calore improvviso appena incrociati i suoi occhi grandi, scuri scintillanti di vita, brillanti e curiosi. Abbassai lo sguardo presa da un senso di pudore, ho sentito un brivido caldo scendere dal petto lungo tutto il mio corpo, ma era la mia anima già smarrita e i miei pensieri. “Lucia, andiamo è tardi”. La voce di Agnese mi riportò alla realtà ma, allontanandomi, sentivo la sua voce serena e appassionata in dissolvenza: volevo memorizzare per ricordarmela. E la sera ripensando a quel mattino, pregai per Renzo perchè la Provvidenza vegliasse su di lui. Mi sarebbe piaciuto guardare il mondo con quegli occhi così vivi, appassionati, colmi di dignità e che mi tatuarono l’anima  fra contrasti di emozioni.
Renzo: Ricordo bene la prima volta che guardai Lucia come una donna. Tutte le domeniche quel caprone di Bortolo mi portava a messa per guardare le ragazze, io all’epoca di grilli in capo ne avevo pochi: dovevo badare a me, al piccolo podere e alle annate sciagurate. Bortolo rimaneva in adorazione delle giovani che, pudicamente vestite ed accompagnate dalle madri, univano pie le mani nel giorno del Signore. Si scioglieva quando la fretta faceva alzare la gonna scoprendo la caviglia! Quel giorno, lo ricordo bene, stavo discutendo con Don Abbondio sui gradini della chiesa, a messa finita. Il parroco non ne voleva sapere di pagarmi certi lavoretti che avevo fatto al suo giardino, accampando scuse e dicendo che lo steccato necessitava di una seconda mano di pittura. Ero accaldato, dalla diatriba e dal sole d’agosto, quando vidi Lucia uscire dalla chiesa, sotto braccio ad Agnese. Eravamo soliti giocare insieme, da piccoli, e per me era sempre rimasta la bambina che battevo quando facevamo le corse. Solo allora mi accorsi di quanto fosse cresciuta. La osservai, forse più del dovuto, finché lei non ricambiò lo sguardo. Quegli occhi! Mi trafissero come solo la gioventù sa fare e mi diedero in un attimo paradiso ed inferno: mi vergognai di essere sudato, povero e scalcagnato; ma da quel giorno avevo un nuovo obiettivo, una nuova forza che mi portava a lavorare con più vigore. Adesso nella mia testa il podere ed il lavoro alla filanda dovevano bastare per due. Lasciai Don Abbondio alle sue scuse e corsi dietro a quegli occhi, tenendomi ad una certa distanza, con Bortolo che mi raggiunse e mi diede gomitate. Era bella. Ed io avevo appena imparato cosa fosse l’innamoramento.
Lucia: Erano solo emozioni di un’adolescente ancora in fiore, presa da mille dubbi e sensi di colpa. Non sapevo spiegare perchè la vista di Renzo mi sconvolgesse l’anima e il corpo in quella maniera, invece una parte di me si interrogava se anche lui provasse qualcosa, o se fossi solo io a ritrovarmi così. Non ero innamorata, ero infatuata dell’idea di lui, o forse di quella cosa chiamata Amore o del tumulto che mi rapiva col suo passarmi vicino, ed il solo pensarlo. Mi innamorai di lui al tramonto in un giorno di settembre, era sabato. Era tempo di vendemmia e mia madre era solita portare del pane e del formaggio ai contadini stanchi. Apparecchiammo una grande tavola, c’erano tutti: Don Abbondio, Fra Cristoforo, i bambini del paese, fra Galdino, Menico, e ovviamente Bortolo e Renzo. Io aiutavo mia madre e Perpetua ad apparecchiare: una parca cena per festeggiare la vendemmia. La stagione non era stata eccellente, i primi segni della carestia in lontananza arrivavano, ma comunque fu un’ottima annata. Io mi sentivo invisbile, mi sentivo nessuno fra tutti quanti: i miei gesti meccanici affettare, apparecchiare e ogni tanto guardare Renzo che sistemava gli ultimi grappoli. Mi piaceva come lavorava, la passione che metteva nelle cose che faceva e che diceva, il suo parlare deciso ma rispettoso con gli altri, la sua fermezza, la sua curiosità. Andai a riempire la caraffa alla fontana di fianco al campo e, mentre ero lì udii il suono dei suoi passi che ormai riconoscevo e che avrei riconosciuto anni dopo, sempre. Il cielo, di un rosa violento, si stendeva sui monti, e si sentiva l’odore del lago passarci la pelle. “Lucia, che fate qui sola?” Mi disse sorridendo, non alzai gli occhi, il suo odore era di mosto e di buono. “Prendevo l’acqua” risposi sussurrando, meravigliata che ricordasse il mio nome. “Sentite che buoni, sono i frutti più maturi, quelli che hanno impiegato di più a crescere, sono pieni di sole, zucchero e dolcezza”. Mi offrì un chicco d’uva nera  e lo posò sulle mie labbra. Il mondo sembrò fermarsi. Le sue dita e il succo si sciolsero sulle mie labbra . “Lucia , corri Agnese ti cerca!” Gridò Bettina, saltellando poco distante.
Renzo: La droga dell’amore, l’ebbrezza della giovinezza, mi avevano fatto trascorrere settimane di sogno. Ricordo poco, solo che lavorai con un sorriso diverso negli occhi, anche Bortolo se ne era accorto. Fu uno degli ultimi anni in cui la vendemmia portò buoni frutti e già si sentiva l’appressarsi della carestia. Avevo lavorato tutto il giorno nelle vigne, lanciando ogni tanto furtivi sguardi alla mia Lucia (ormai nella mia testa era mia e di nessun altro), nascosto dalle viti. Avevo colto anche qualche sguardo da parte sua verso di me, ma non riuscivo a capire se si trattasse di rimprovero o desiderio. Forse entrambi. Finito il lavoro, prima che la cena organizzata dalla parrocchia fosse pronta, io e gli altri uomini ci scolammo un goccetto per rinfrancarci delle fatiche della giornata e del sole ancora caldo. Fu il vino, probabilmente, che mi diede la forza di avvicinarmi a lei mentre andava, sola, a riempire la caraffa alla fontana. Osservai, ancora nascosto da un albero, la curva del suo corpo, il collo teso e lasciato scoperto dai capelli. Forse percepì la mia presenza, in quel momento, perché si irrigidì. Sperai in cuor mio che non mi avesse avvertito per l’odore di lavoro che il mio corpo accaldato emanava. Il vino servì a quello, a scacciare i dubbi. Uscì dal mio nascondiglio e per la prima volta da quando giocavamo insieme, infanti, mi rivolsi a lei chiamandola per nome. E il mio cuore ebbe un sobbalzo. Parlammo, senza dirci nulla. Poi il vino mi portò a fare un’azione folle e sconsiderata e le offrii un chicco d’uva nera, appena raccolto. “Sentite che buono. Zucchero e dolcezza” (ma cosa stavo dicendo? Dannazione!). Non aveva alzato ancora gli occhi verso di me, li teneva chini, come si vergognasse. Credevo che avrebbe rifiutato ed invece avvicino le labbra alla mia mano e prese il chicco con la bocca. Ebbi la sensazione, per un istante, che baciasse delicatamente le mie dita, ancora sporche di terra e segnate dal lavoro. Sui polpastrelli il rossore delle sue gote si fece calore. Fu solo un momento. Una scossa elettrica partì dalla mia testa e scese fino al basso ventre, per poi ritornare su lungo la schiena. Stavo per dirle qualcosa, ma Bettina ci interruppe.
Lucia: Nel mio cuore un tumulto estenuante. Renzo mi aveva fatto sentire unica. Mi aveva conquistata la sua voglia di lavorare, di fare, l’entusiasmo che metteva in ogni cosa, la naturalezza con cui mi si era avvicinato. Vinta ne parlai con Fra Cristoforo, confessai che da un po’ sentivo qualcosa di diverso, di nuovo per quel giovane. Mi disse “Lucia, ti stai solo innamorando”, mi strinse le mani e mi rassicurò. Mi consigliò di aspettare e di lasciare tutto nelle mani del Signore: Lui sa sempre quali sono le migliori cose per noi, e così feci. Non so se mia madre Agnese capì quel che stava avvenendo nel mio cuore. Io tenevo tutto dentro, come un segreto prezioso. Una notte di Settembre non riuscivo a dormire, dal letto osservavo le stelle, mi ricordavano i suoi occhi: era una creatura speciale Renzo, mi sarebbe piaciuto, Dio volendo, farlo felice. D’improvviso sentii dei rumori fuori, mi affacciai e vidi Bortolo sotto casa mia e Renzo sul fico. Mi vergognai tantissimo che mi vedesse in quello stato, i capelli sciolti, la camicia da notte, avrei voluto gridare ma non lo feci. Mi voltai, dandogli le spalle e gli dissi con voce ferma e bassa “Cosa volete?”
Renzo:  Dopo una serata all’osteria avevo convinto Bortolo, con abbastanza vino in corpo, ad andare a rubare fichi dalla casa di Lucia. La mia idea era di provare a parlarle, ma non avevo avuto il coraggio di dire il mio piano al mio compagno di venture. Passando davanti alla casa di Don Abbondio, trovai nel giardino ben curato dalla Perpetua una splendida rosa screziata, che recisi e portai con me (Perpetua avrebbe dato la colpa ai monelli del paese, poco male). Bortolo per strada non smise un attimo di parlare, brillo com’era. Arrivati alla casa, mi feci aiutare da Bortolo ad issarmi sul fico e salii quando più in alto possibile, facendo sufficiente baccano da svegliare Lucia, la cui finestra dava proprio sulla pianta. Eccola! Al chiaro di luna, coi capelli sciolti. Per poco non caddi dall’albero per l’emozione, ancora con la rosa in bocca, che mi aveva tagliato un labbro. “Cosa volete?” mi disse severa. Era una follia e lo sapevo, ma con un balzo mi trovai sul davanzale della finestra, mi tolsi la rosa di bocca e dissi “Mi sono innamorato di voi. Volete diventare mia moglie?” Ad una tale, folle, frase, la mia Lucia si voltò stupita ed io le allungai la rosa. “Domani chiederò la vostra mano ad Agnese, se accettate”. Nei suoi occhi umidi si specchiava la luna, quando si avvicinò al mio voltò e lo carezzò. Le nostre labbra si sfiorarono, per un istante. Tanto bastò a farmi perdere l’equilibrio e a farmi ruzzolare giù dall’albero, nella polvere del cortile, con un trambusto infernale. Un cane abbaiò, si accesa una luce e poco dopo Agnese era sulla porta con un mattarello in mano. Ma io e Bortolo eravamo già lontani, ammaccati e ridenti. Quella sera gli offrii da bere.
Renzo e Lucia: Perchè il bello di certi amori è che non si smette mai di innamorarci in modo nuovo eppure antico dell’altro, qualsiasi cosa accada, e per sempre. Infondo innamorarsi l’uno dell’altra per noi è sceglierci, ogni giorno, nei secoli dei secoli.

Renzo Tramaglino (@TwRenzo)
&
Lucia Mondella (@TwLuciam)

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