" Il mio incubo è in bianco  nero, silenzioso e inappellabile, dotato di un'impronta di eternità" ( Ritratto in seppia, I.Allende)

 

 

 
 

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Professione: reporter (Antonioni, 1974)
 


Un film che direi perfettamente coniuga il discorso della diegesi con il puro discorso estetico.
Si potrebbe dire che questo lavoro di Antonioni, in piena continuità e al contempo in evoluzione rispetto alle sue precedenti “prove”, è denso di numerosi temi e motivi ricorrenti nella sua filmografia, come lo smacco esistenziale del protagonista, smacco all’interno del quale si prefigura come aspetto e non come causa lo smacco di chi “guarda”. Nello scambio tra Locke e Robertson il protagonista ( uno smagliante Nicholson ) cerca di uscire dal proprio vissuto per porsi nell’esistenza stessa con altri “occhi”.
Per questo lo sguardo diventa metafora dello sguardo stesso, che tocca l’apice nella prezioso penultima sequenza di 7 minuti in cui Locke narra la parabola del cieco che dopo aver riacquistato la vista si uccide perché non sopporta la bruttezza del mondo che gli era stata taciuta. Un film quindi denso anche di quella certa autereferenzialità di cui troppo spesso e, a mio avviso, troppo facilmente è stato accusato Antonioni.
Al di là dei motivi e dei temi di questo film, credo che sia davvero importante la struttura stessa del film o, per meglio dire, il ruolo dello sguardo: dall’immagine analogica dei primi film, alla critica dell’immagine della tetralogia, allo sguardo operator di Blow up e Zabriskie Point, lo sguardo di professione reporter si configura come sguardo che propriamente “fa” il racconto. Uno sguardo, quello della camera, autonomo, come vediamo nelle divagazioni programmate, nelle distanze immotivate, nel sistema dei raccordi “ritardati”, nelle griglie di ingombro che costellano il film ( che hanno anche la funzione di marcare la posizione della mdp).
Uno sguardo quindi autonomo, ma anche lo sguardo di chi ha “ la morte negli occhi”, come se allungare la portata dello sguardo all’anima stessa portasse alla morte della medesima, elemento che trova le radici nel mito lontano eppure vicino del Narciso, della Medusa, del “terzo che ci cammina accanto” citato nelle poesie di Eliot, e nel “vedersi guardare “ di Lacan. Uno sguardo come istanza pura, sguardo in se stesso al di sopra della stessa storia: dopo i 7 minuti dell’uccisione di Locke in cui la camera continua a “registrare” eventi al di fuori della finestra con lo sguardo “impassibile”, l’ultima sequenza è rappresentata da un ellisse, e quindi da un atto di montaggio in cui la mdp afferma non solo al sua autonomia ma anche la sua volontà di non rinunciare a guardare.
Questo è quanto di celebrare ho “vissuto” guardando e studiando questo film.
Ma ancora più importante è il vissuto sentimentale. Qualcuno forse lo sa come il discorso degli occhi e dello sguardo per me siano “vitalmente” importanti, perché legati a una persona amatissima che non ci ha mai visto e che ritengo la mia maestra dello sguardo. Vedendo e rivedendo questo film ho ripensato a lei, a quanto a volte si possa imparare a vedere proprio da chi non vede, o da chi non vede come noi perché i suoi occhi spesso, ho visto, vedevano più dei miei.
Al contempo mi sono anche ricordata del dolore del guardare, e ovviamente non intendo solo l’attività percettiva di questo atto, ma anche quella emozionale: guardare con gli occhi dell’anima, guardare con gli occhi dentro a volte è molto doloroso, anzi direi spesso, ma sicuramente fa “sentire” davvero il fremito della vita irrefrenabile.
E poi in fondo c’è sempre lo sguardo di Daria che può “salvarci” ( Zabriskie point), lo sguardo capace di guardare anche la realtà che non c’è.
In questo dialogo con se stessi e con gli altri credo che ci sia davvero un po’ la magia del cinema come immagine di partenza, da cui poi le parole sono passi, passi di un ponte verso l’Altro, che è un po’ di noi

 

 a cura di Erikal.

 

 
     
 

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