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Un film che direi perfettamente coniuga il discorso della
diegesi con il puro discorso estetico.
Si potrebbe dire che questo lavoro di Antonioni, in piena
continuità e al contempo in evoluzione rispetto alle sue
precedenti “prove”, è denso di numerosi temi e motivi ricorrenti
nella sua filmografia, come lo smacco esistenziale del
protagonista, smacco all’interno del quale si prefigura come
aspetto e non come causa lo smacco di chi “guarda”. Nello
scambio tra Locke e Robertson il protagonista ( uno smagliante
Nicholson ) cerca di uscire dal proprio vissuto per porsi
nell’esistenza stessa con altri “occhi”.
Per questo lo sguardo diventa metafora dello sguardo stesso, che
tocca l’apice nella prezioso penultima sequenza di 7 minuti in
cui Locke narra la parabola del cieco che dopo aver riacquistato
la vista si uccide perché non sopporta la bruttezza del mondo
che gli era stata taciuta. Un film quindi denso anche di quella
certa autereferenzialità di cui troppo spesso e, a mio avviso,
troppo facilmente è stato accusato Antonioni.
Al di là dei motivi e dei temi di questo film, credo che sia
davvero importante la struttura stessa del film o, per meglio
dire, il ruolo dello sguardo: dall’immagine analogica dei primi
film, alla critica dell’immagine della tetralogia, allo sguardo
operator di Blow up e Zabriskie Point, lo sguardo di professione
reporter si configura come sguardo che propriamente “fa” il
racconto. Uno sguardo, quello della camera, autonomo, come
vediamo nelle divagazioni programmate, nelle distanze
immotivate, nel sistema dei raccordi “ritardati”, nelle griglie
di ingombro che costellano il film ( che hanno anche la funzione
di marcare la posizione della mdp).
Uno sguardo quindi autonomo, ma anche lo sguardo di chi ha “ la
morte negli occhi”, come se allungare la portata dello sguardo
all’anima stessa portasse alla morte della medesima, elemento
che trova le radici nel mito lontano eppure vicino del Narciso,
della Medusa, del “terzo che ci cammina accanto” citato nelle
poesie di Eliot, e nel “vedersi guardare “ di Lacan. Uno sguardo
come istanza pura, sguardo in se stesso al di sopra della stessa
storia: dopo i 7 minuti dell’uccisione di Locke in cui la camera
continua a “registrare” eventi al di fuori della finestra con lo
sguardo “impassibile”, l’ultima sequenza è rappresentata da un
ellisse, e quindi da un atto di montaggio in cui la mdp afferma
non solo al sua autonomia ma anche la sua volontà di non
rinunciare a guardare.
Questo è quanto di celebrare ho “vissuto” guardando e studiando
questo film.
Ma ancora più importante è il
vissuto sentimentale. Qualcuno forse lo sa come il discorso
degli occhi e dello sguardo per me siano “vitalmente”
importanti, perché legati a una persona amatissima che non ci ha
mai visto e che ritengo la mia maestra dello sguardo. Vedendo e
rivedendo questo film ho ripensato a lei, a quanto a volte si
possa imparare a vedere proprio da chi non vede, o da chi non
vede come noi perché i suoi occhi spesso, ho visto, vedevano più
dei miei.
Al contempo mi sono anche ricordata del dolore del guardare, e
ovviamente non intendo solo l’attività percettiva di questo
atto, ma anche quella emozionale: guardare con gli occhi
dell’anima, guardare con gli occhi dentro a volte è molto
doloroso, anzi direi spesso, ma sicuramente fa “sentire” davvero
il fremito della vita irrefrenabile.
E poi in fondo c’è sempre lo sguardo di Daria che può “salvarci”
( Zabriskie point), lo sguardo capace di guardare anche la
realtà che non c’è.
In questo dialogo con se stessi e con gli altri credo che ci sia
davvero un po’ la magia del cinema come immagine di partenza, da
cui poi le parole sono passi, passi di un ponte verso l’Altro,
che è un po’ di noi
a cura di Erikal.
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