" Il mio incubo è in bianco  nero, silenzioso e inappellabile, dotato di un'impronta di eternità" ( Ritratto in seppia, I.Allende)

 

 

 
 

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La mala educaciòn ( P.Almodovar, 2004)
 



Se un film è strepitoso infondo si capisce anche dai titoli di testa, in qsto caso veramente parte integrante del discorso narrativo. Almodovar torna con qsta prova a quella che di certo è una dimensione che meglio lo esprime: il mondo del cinema, della finzione, del travestimento, del teatro. Madrid 1980. All’inizio si pensa a un film di critica nei cfr di un certo cattolicesimo abusante. Ma Pedro gioca, depista, offre intuizioni, in un rapporto sempre attivo con lo spettatore, con la capacità di rendere comunicabili gli orrori attraverso una mediazione ironica, anche se qui sottotono.I riferimenti iconografici sono molto forti, tanto da essere portanti nei cfr del farsi della storia: basta pensare alle maschere del museo, all’avanspettacolo di terza classe, alla recita delle recite che è “ la messa”, alle locandine del cinema che scorrono, al set nel set del set del metacinema, al cinema che diventa nell’infanzia luogo di trasgressione e che poi sarà più vero della storia stessa. Il cinema è alla fine la spina dorsale su cui si regge l’intera vicenda. Enrique continuerà a fare cinema con la stessa passione. C’è molta autobiografia dolorosa in questa opera del regista, ma senza retorica. Un dolore dignitoso, un fare dignitoso. C’è al centro di tutto un abuso e delle vite vissute su due parallele. Credo che la forza del film sia nel rendere questo abuso non la storia particolare di qlc, ma la storia di tutti coloro che hanno subito un danno, un danno dentro, uno di quei danni che ti cambia la pelle dell’anima. E di questa danno che il regista dà voce e immagine. E apre finestre. Sul gioco sadico tra vittima e carnefice, mischiando sempre le carte per farci vedere ben oltre l’apparenza. Apre finestra sulla recitazione come modo di vivere, sulla volgarità di certi meccanismi, sull’infanzia abusata, sulla diversità integrata. E fa male, lievemente fa male, perché al di là del male e delle sue conseguenze, su quello schermo Pedro ci inchioda il danno, e chi lo subisce che diventa pericoloso perché sa di poter sopravvivere come dice il libro omonimo della Hart. Il lavoro sugli attori primi è spettacolare: bellissima la scena di chiusa con Juan a metà tra il trucco scenico e la sua forma di uomo. E l’epilogo sezionato che scorre sul cancello in parole che anticipano i titoli di coda. La signora accanto arrivata nell’intervallo del secondo tempo dice “ ma io al cinema ci vengo per divertirmi”. Fuori c’è un vento che fa paura, la sabbia ha riempito l’asfalto. Per un attimo il cielo si è schiantato di rosa. Prima che le nuvole tornassero a servire la sera. Fin quando dentro si muove l’universo, il grande schermo non tramonta nemmeno per un istante.

 a cura di Erikal.

 

 
     
 

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