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Se un film è strepitoso infondo si capisce anche dai titoli di
testa, in qsto caso veramente parte integrante del discorso
narrativo. Almodovar torna con qsta prova a quella che di certo
è una dimensione che meglio lo esprime: il mondo del cinema,
della finzione, del travestimento, del teatro. Madrid 1980.
All’inizio si pensa a un film di critica nei cfr di un certo
cattolicesimo abusante. Ma Pedro gioca, depista, offre
intuizioni, in un rapporto sempre attivo con lo spettatore, con
la capacità di rendere comunicabili gli orrori attraverso una
mediazione ironica, anche se qui sottotono.I riferimenti
iconografici sono molto forti, tanto da essere portanti nei cfr
del farsi della storia: basta pensare alle maschere del museo,
all’avanspettacolo di terza classe, alla recita delle recite che
è “ la messa”, alle locandine del cinema che scorrono, al set
nel set del set del metacinema, al cinema che diventa
nell’infanzia luogo di trasgressione e che poi sarà più vero
della storia stessa. Il cinema è alla fine la spina dorsale su
cui si regge l’intera vicenda. Enrique continuerà a fare cinema
con la stessa passione. C’è molta autobiografia dolorosa in
questa opera del regista, ma senza retorica. Un dolore
dignitoso, un fare dignitoso. C’è al centro di tutto un abuso e
delle vite vissute su due parallele. Credo che la forza del film
sia nel rendere questo abuso non la storia particolare di qlc,
ma la storia di tutti coloro che hanno subito un danno, un danno
dentro, uno di quei danni che ti cambia la pelle dell’anima. E
di questa danno che il regista dà voce e immagine. E apre
finestre. Sul gioco sadico tra vittima e carnefice, mischiando
sempre le carte per farci vedere ben oltre l’apparenza. Apre
finestra sulla recitazione come modo di vivere, sulla volgarità
di certi meccanismi, sull’infanzia abusata, sulla diversità
integrata. E fa male, lievemente fa male, perché al di là del
male e delle sue conseguenze, su quello schermo Pedro ci
inchioda il danno, e chi lo subisce che diventa pericoloso
perché sa di poter sopravvivere come dice il libro omonimo della
Hart. Il lavoro sugli attori primi è spettacolare: bellissima la
scena di chiusa con Juan a metà tra il trucco scenico e la sua
forma di uomo. E l’epilogo sezionato che scorre sul cancello in
parole che anticipano i titoli di coda. La signora accanto
arrivata nell’intervallo del secondo tempo dice “ ma io al
cinema ci vengo per divertirmi”. Fuori c’è un vento che fa
paura, la sabbia ha riempito l’asfalto. Per un attimo il cielo
si è schiantato di rosa. Prima che le nuvole tornassero a
servire la sera. Fin quando dentro si muove l’universo, il
grande schermo non tramonta nemmeno per un istante.
a cura di Erikal.
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