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Il mio
M.D. ovvero lo sguardo che deride, disarma e scruta dentro
Lynch per me è onestamente un perfetto sconosciuto (!), eccetto
per " Elephant man" e per quella serie televisiva che mi ricorda
notti adolescenziali insonni, " Twin Picks".
Sarebbe molto interessante e divertente partire da un'analisi
sulla storia del film, sui significati psicologici che appaiono
evidenti ma che meriterebbero di certo almeno una seconda
visione e un po' più di tempo.
Infondo l'inconscio è uno schermo su cui si proiettano anche
film non realizzati.
Fondamentalmente la storia di M.D. è la storia di un sogno, un
sogno inquietante su cui si proiettano sensi di colpa e
aspettative della protagonistae la dimensione psicanalita è la
vera protagonista di questo intreccio in cui thrieller e morbosa
storia d'amore si scambiano le parti.
Ma non è solamente la storia che fa di questo film un capolavoro
( ben sorretto dalla musica di Badalamenti), bensì il linguaggio
con cui questa storia è raccontata e le opportunità altre che
questo linguaggio oltre al plot principale offre.
Prima di tutto Lynch gioca con lo spettatore, come solo pochi
grandi registi ( soprattutto americani ) sanno fare.
E lo fa prima di tutto prendendo in giro gli occhi di chi guarda
e con svariati modi:
- con l'uso magistrale di false soggettive che spiazzano
continuamente lo spettatore...bellissima è quella alll'inizio
nella casa della zia lungo il corridoio giallo... questo
continuo sfalsamento del punto di vista non è solo un punto di
forza estetico al film con cui Lynch infonde inquietudine e
attenzione, ma è speculare al significato profondo del rapporto
identità-scambio di ruoli che è propria della storia. Lo
spostamento del punto di vista e quindi il conflitto tra realtà
oggettiva e inconscia è visbile ad esempio durante la
preparazione del caffè quando Betty si sveglia.
- attraverso un sapiente uso dei mezzi di scena come il trucco,
attraverso il quale in certi passaggi ci sembra che oltre a
Betty ci siano almeno un paio di personaggi identici a lei ( la
cameriera del bar sul finale, la cantante del film )
- e come i mezzi scenografici: numerose disposizioni della messa
in quadro rimandano ad altre inquadrature ( come la scoperta del
cadavere al n17 nel sogno e il risveglio di Betty nel secondo
tempo oppure l'incipit dell'automobile con Camilla nel sogno e
l'auto che conduce Betty alla festa )
- la ricorrenza di simboli ( la chiave blu che apre la piccola
scatola blu e la chiave del killer, il cow boy, l'estrazione dei
soldi dalla borsetta ) che creano un apparato di segni ben
strutturato e molto forte, capace di tessere in questo modo il
senso profondo del film.
Questi elementi servono come struttura e consolidamento di uno
dei temi cardini del film:
indentificazione-sdoppiamento-proiezione, ma rappresentano anche
una concreta prova di bravura dello stile di Lynch.
Attraverso il plot principale Lynch non gioca solo con lo
spettatore, ma anche con il Cinema.
Innanzitutto con se stesso: ci sono richiami alla sua
filmografia ( il gusto per la divesrità di Elephant man così
simile all'essere mostruoso della prima sequenza che fa venire
un colpo al personaggio e allo spettatore) e l'ambientazione del
salone rosso che ricorda la serie TV, c'è l'amore quasi
maniacale per il dettaglio, come nell'abbinamento di colori che
restano eredi del suo essere cronologicamente nella biografia
prima pittore e poi regista.
Gioca con il cinema Hollywoodiano e alla grande, di cui
l'apparentemente fuoriluogo cowboy sembra un vacuo simbolo,
criticando il mondo dello star system ( vd i provini effettuati
nel sogno, il divario tra chi raggiunge la notorietà e chi resta
ai margini, quindi l'aspetto dorato spesso vuoto e crudele del
gotha del cinema, il nome di Gilda con la sua locandina che fin
dall'inizio ci tiene compagnia come i fondamenti di un cinema
ormai lontano ma che fin dalle sue origini non ha celato i suoi
lati "maledetti).
Gioca con il cinema d'autore Europeo ( forse troppo concentrato
su se stesso?), attraverso il regista innamorato di Camilla,
personaggio cucito anche fisicamente sulla silhoutte di
W.Wenders.
Gioca infine con le storie dello star system che poi sono anche
storie personali: il rapporto di betty-Camilla ricalca
abbastanza fedelmente la reale storia d'amicizia fra la Watts e
la Kidmann ( realmente entrambe arrivate a Hollywood insieme, ma
con ruoli molto diversi e realmente spesso alla Watts son state
date delle parti per sacra intercessione dell'amica
connazionale.)
Quindi finzione e sogno, realtà di celluloide e inconscio.
Ma infondo il cinema è proprio qui che si incontra con la vita e
credo ci sia una scena che su quest'ultimo concetto ci marci
molto: la scena nel secondo tempo al Silence Club, in cui il
presentatore ribadisce che non c'è orchestra, ma la musica
quella c'è perchè è registrata e anche se la cantante perde i
sensi e cade, il canto prosegue perchè è inciso. Ma non importa
se tutto questo è quindi meno reale, meno presente, perchè cmq
chi ascolta il concerto, chi guarda, si commuove, si dispera e
piange, come le due ragazze.
In questa piccola sequenza c'è un grande atto d'amore per il
cinema, incondizionato, al di là del male e del bene che porta
con sè e che, come in qsto caso, assolutamente capace di dare
emozione e profondità estetica all'atto creativo e della
fruizione visiva.
a cura di Erikal.
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