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Il
SIlenzio ( I.Bergman 1963 ) |
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Ispirato per alcuni tratti a un
radiodramma del regista intitolato “ La città “, la vicenda si
svolge nei primi anni ’60, a Timoka, città del nord Europa il
cui nome estone significa “appartenere al boia”. Ester (
I.Thulin ), la protagonista, rientra dalle vacanze estive con la
sorella Anna ( G.Lindblom ) e il nipote Joan; viaggiando in
treno, all’improvviso accusa un grave malore per cui decidono di
scendere e sostare per qualche giorno nella piccola città
sconosciuta di Timoka affinché si rimetta in forze. Durante il
soggiorno emerge in maniera drammatica e progressiva il
conflitto fra le due sorelle, all’interno del quale Ester si
interroga sul suo presunto fallimento esistenziale, mentre Anna
si concede un’avventura sessuale con un uomo del posto. Il
conflitto delle due sorelle sarà irreparabile, e porterà ad un
agghiacciante epilogo.
Tema centrale del film è il dramma dell’incomunicabilità
all’interno del rapporto con se stessi e con gli altri. Il
silenzio dell’anima, cui fa riferimento il titolo, è prerogativa
nell’impossibilità da parte dell’uomo di vivere la sua
dimensione spirituale e allude anche al dramma bellico che nel
film è continuamente accennato grazie ai numerosi elementi
presenti ( rumore di aerei, carri armati ).
La città di Timoka non fa riferimento solo una precisa tipologia
di città ( Amburgo dopo la guerra ) ma è anche uno spazio
esistenziale con cui i protagonisti si confrontano: ciascuno
vive il proprio processo formativo di presa di coscienza e
affermazione dell’identità ( Il piccolo Joan all’interno
dell’hotel il cui spazio è vissuto come un personale Marienbad,
Ester nello scontro con la sorella e nei suoi preziosi monologhi
e Anna nella scoperta della città e nella sua trasgressione
sessuale ).
La città, che tutti e tre i personaggi guardano continuamente
dalla finestra, è quindi anche la città come identificazione
della trasgressione.
Ho trovato davvero notevole la composizione della coppia
Anna-Ester: il loro è un rapporto violento fin dall’adolescenza,
con tendenze sado-masochistiche e tendenzialmente lesbico.
Ciascuna rappresenta pertanto una precisa ideologia di vita:
Anna la parte più istintiva e sensuale, Ester quella più lucida
e razionale. Entrambe si riveleranno fallimentari. Il loro
scontro è progressivamente sempre più drammatico (e le due
attrici sono davvero bravissime ), fino a culminare nel momento
in cui Ester entra nella camera di Anna e la sorprende con
l’amante: questa scena è ricca di pathos, qui non solo esplode
il conflitto fra le due sorelle ma si scarica anche la tensione
fra eros e thanatos che per tutto il film come forze sotterranee
ma costanti si fronteggiano. A seguito di tale sequenza ( ben
costruita dal punto di vista spaziale e dei beat di dialogo,
mettendo le due sorelle nella posizione tipica dei loro
precedenti conflitti, sempre sul letto qui inteso per Anna come
luogo di eros e per Ester come luogo della malattia ) Bergman fa
preludere l’epilogo, prima del quale le due sorelle dopo lo
scontro finale, individualmente saranno riprese ciascuna alla
testiera del proprio letto in preda a un urlo di tipo
espressionistico: Anna griderà, Ester sarà preda dell’ennesimo
attacco respiratorio. Joan non si configura solo come spettatore
privilegiato di questo conflitto ma anche come destinatario
della lettera che Ester in punto di morte le consegna (
paradossalmente Ester è vittima dell’incomunicabilità e di
lavoro è un’affermata scrittrice ).
La coppia Ester-Anna allora sono due aspetti di uno stesso
universo, opposti ma indispensabili l’una all’altra, per questo
anche tecnicamente appaiono quasi sempre nella stessa
inquadratura anche se su scala diversa, quasi a voler inqudrare
forzatamente entrambe.
Il regista conduce la storia con una struttura geometrica, tutta
giocata sull’aspettativa dello spettatore ( qui chiamato
attivamente a ricostruire la vicenda ) e la spirale sempre più
complessa del conflitto. Ovviamente Bergman cura in maniera
puntuale ogni dettaglio della scenografia ( vd i vestiti, gli
oggetti…) per caratterizzare senza ricorrere alle parole
personaggi e situazioni.
Il film offre numerosi spunti di riflessioni, come ad esempio
sul tema dell’arte e della musica ( la variazione Goldberg di
Bach ) in particolare che rappresenta gli unici momenti di
distensione di Ester e di condivisione con Anna.
Vorrei soffermarmi sul finale del film che rappresenta da un
lato un esempio di “ rimontaggio creativo “ dall’altro la
volontà da parte della critica di voler ingabbiare alcuni autori
in certe ideologie.
Il film è stato considerato da gran parte dei critici come
episodio finale della “ trilogia su Dio” mai riconosciuta
dall’autore e che comprendeva “ Luci d’inverno “ e “ Come in uno
specchio”. In questo film il rapporto con Dio non è presente,
viene solo accennato il recupero della dimensione spirituale
dell’uomo. Nella versione italiana Anna e Joan abbandonano Ester
alla morte nell’hotel e proseguono soli il loro viaggio.
Johan si fa portatore del messaggio etico del film.
Da un lato c’è il viso di Anna trasportato dal treno che
nervosamente fuma, a indicare la sua sconfitta, dall’altro la
vittoria di Johan, che da spettatore diventa protagonista di un
messaggio di rapporti sostenibili e comunicativi, fra gli uomini
e con Dio leggendo e traducendo la lettera della zia con la
parola “anima “.
Nella versione originale il finale è l più drammatico, in quanto
il bambino, sul treno insieme alla madre, non traduce la lettera
della zia, ma la legge e basta, conferendo a questa immagine un
senso ancora più angosciante di non-comunicazione e quindi dando
un significato completamente diverso non solo al film ma anche
all’intera presunta trilogia, rappresentando quindi
eventualmente il “lutto” di Dio.
Inoltre la versione italiana si ferma qui, mentre l’originale
svedese inquadra alla fine Anna che si fa bagnare dalla pioggia
con un’espressione di piacere (rimontaggio).
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