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Ho letto il libro da cui è tratto lo scorso anno, e ricordo che
mi aveva coinvolto molto. Mi aveva convinto abbastanza, anche se
non pienamente. A volte la narrazione sembrava debole e
spropositata al tempo stesso, insomma poco efficace e
personalmente lo stile della Mazzantini non mi piaceva molto. Ma
mi sembrava una bella storia, e questo ha fatto si che
attendessi con trepidazione l'uscita del film.
Mi aspettavo molto dal regista e dalla Cruz, lo ammetto e mi
hanno soddisfatto. Ho visto il film con gli occhi di chi, per
atteggiamento estetico a priori, considera la resa filmica e il
rispettivo romanzo due opere d'arte diverse. Il film mi ha
colpito profondamente. Mi è davvero piaciuto e in modo
convincente. Ho apprezzato soprattutto la capacità di Castellito
di rendere così reale il dolore sullo schermo, in tutte le sue
sfumature e con la stessa crudele e inevitabile intensità. Le
riprese, soprattutto nella prima parte, a mio avviso più forte e
leggermente al di sopra della seconda, sono spesso incunsuete e
Castellito usa la mdp proprio per farci vedere, nel senso più
puro del termine. Per questo più che situazioni dinamiche
indugia sui visi, sui corpi come espressioni essenziali e
funzionali di Storie. Il flashback ( eccetto quello sulla
infanzia ), non ha la semplice funzione di antefatto, ma di
storia nella storia. Sottolineo anche la valenza emotiva che gli
oggetti hanno in questo film ( come la scarpa, la sedia, il
casco, gli arancini ), soprattutto nel viaggio finale in cui si
susseguono i "segni" che Italia aspettava, in qualche modo, sul
suo destino. E' un film soprattutto di corpi, fragili,
abbondanti, violentati, amati, inseguiti, pensati, dilaniati,
unificati, allontanati. Perchè il pensiero dei personaggi non
emerge mai dai dialoghi, che sono brevi, pochi, e con funzione
strettamente comunicativa. L'intimità dei personaggi è scritta
sulla loro pelle, nei loro gesti. E il regista ce la sbatte così
in faccia da farci sentire voayer, infondo anche di se stessi. E
il corpo della figlia, vero oggetto del film e filo conduttore,
finisce per essere il senso, quel senso di una storia mai
raccontata fino a quel momento, la prova vivente che quella
storia è Stata. Può sembrare una cosa sciocca, ma mi è piaciuto
anche il paradosso degli accostamenti musicali festivalieri con
le scene in cui la musica esplodeva fino a coprire i rumori
della situazione intradiegetica.
Insomma mi è piaciuto il film e l'ho trovato al di sopra del
romanzo, anche se questo paragone è forse inutile. E non solo
per la maggiore capacità espressiva ( il dolore che si va
visione in questo caso è più forte del dolore parola, anche
perchè lo spettatore leggendo ha sempre una via di fuga: quella
di accomodarsi nel suo film mentale le cose narrate ) del
regista ma anche per gli elementi che differiscono leggermente
dal romanzo e che, a mio avviso, rendono la vicenda più
completa.
Un film capace di commuovere, nel senso di scatenare dentro
contemporaneamente tante reazioni emotive, un film che lascia un
segno, tra contenuto e tecnica, senza scadere nella retorica
melò. Un film insomma che ci voleva.
Erikal. |