" Il mio incubo è in bianco  nero, silenzioso e inappellabile dotato di un'impronta di eternità" ( Ritratto in seppia, I.Allende)

 

 

 
 

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Non ti muovere ( S.Castellito , 2003 )

Ho letto il libro da cui è tratto lo scorso anno, e ricordo che mi aveva coinvolto molto. Mi aveva convinto abbastanza, anche se non pienamente. A volte la narrazione sembrava debole e spropositata al tempo stesso, insomma poco efficace e personalmente lo stile della Mazzantini non mi piaceva molto. Ma mi sembrava una bella storia, e questo ha fatto si che attendessi con trepidazione l'uscita del film.

Mi aspettavo molto dal regista e dalla Cruz, lo ammetto e mi hanno soddisfatto. Ho visto il film con gli occhi di chi, per atteggiamento estetico a priori, considera la resa filmica e il rispettivo romanzo due opere d'arte diverse. Il film mi ha colpito profondamente. Mi è davvero piaciuto e in modo convincente. Ho apprezzato soprattutto la capacità di Castellito di rendere così reale il dolore sullo schermo, in tutte le sue sfumature e con la stessa crudele e inevitabile intensità. Le riprese, soprattutto nella prima parte, a mio avviso più forte e leggermente al di sopra della seconda, sono spesso incunsuete e Castellito usa la mdp proprio per farci vedere, nel senso più puro del termine. Per questo più che situazioni dinamiche indugia sui visi, sui corpi come espressioni essenziali e funzionali di Storie. Il flashback ( eccetto quello sulla infanzia ), non ha la semplice funzione di antefatto, ma di storia nella storia. Sottolineo anche la valenza emotiva che gli oggetti hanno in questo film ( come la scarpa, la sedia, il casco, gli arancini ), soprattutto nel viaggio finale in cui si susseguono i "segni" che Italia aspettava, in qualche modo, sul suo destino. E' un film soprattutto di corpi, fragili, abbondanti, violentati, amati, inseguiti, pensati, dilaniati, unificati, allontanati. Perchè il pensiero dei personaggi non emerge mai dai dialoghi, che sono brevi, pochi, e con funzione strettamente comunicativa. L'intimità dei personaggi è scritta sulla loro pelle, nei loro gesti. E il regista ce la sbatte così in faccia da farci sentire voayer, infondo anche di se stessi. E il corpo della figlia, vero oggetto del film e filo conduttore, finisce per essere il senso, quel senso di una storia mai raccontata fino a quel momento, la prova vivente che quella storia è Stata. Può sembrare una cosa sciocca, ma mi è piaciuto anche il paradosso degli accostamenti musicali festivalieri con le scene in cui la musica esplodeva fino a coprire i rumori della situazione intradiegetica.

Insomma mi è piaciuto il film e l'ho trovato al di sopra del romanzo, anche se questo paragone è forse inutile. E non solo per la maggiore capacità espressiva ( il dolore che si va visione in questo caso è più forte del dolore parola, anche perchè lo spettatore leggendo ha sempre una via di fuga: quella di accomodarsi nel suo film mentale le cose narrate ) del regista ma anche per gli elementi che differiscono leggermente dal romanzo e che, a mio avviso, rendono la vicenda più completa.

Un film capace di commuovere, nel senso di scatenare dentro contemporaneamente tante reazioni emotive, un film che lascia un segno, tra contenuto e tecnica, senza scadere nella retorica melò. Un film insomma che ci voleva.

 

Erikal.

 
     
 

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