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E al
mattino mi mancarono le voci lungo la strada, voci di uomini,
donne e bambini, di cui non capivo il significato ma erano
suoni, quasi musicali, lentamente musicali che mi svegliavano
lentamente e avevano il colore del sole. Ora: c'è silenzio, a
volte rumore di gomme sull'asfalto o di clacson, ma mi mancano
le persone.
Dalla mia
finestra vedo case e marciapiedi, pezzi di cielo. Sull'isola
c'erano le fronde di alberi spinti dal vento a spiarmi
generosamente.
Mi
mancano le voci della nostra isola. E il sole che disegnava
arazzi sul soffitto penetrando dalla finestra, quasi una rete di
possibilità disegnata da filamenti di ombra oppure il magico
incrocio di una scacchiera ove mi divertivo nel sonno del
mattino a tracciare possibili combinazioni di istanti mai
scanditi. E cerco con gli occhi il rosso di peperoncini appesi,
dalle lunghe cose agli angoli delle strade poco prima di
inventare un punto nell'infinito orizzonte e dargli un qualsiasi
nome che non fosse il mio, nel madido pomeriggio immerso
nell'afa.
Adesso ci
sono nuvole cariche di grigio, e leggera frescura.
Nessuna
cosa è perduta, perchè gli occhi dentro sono pieni di tutto ciò
e ancora brindano ricolmi di una bellezza che mai svanisce
finchè dura la dolcezza del ricordo.
Ecco
allora non c'è spazio per la malinconia, e la vita non è più una
lama che taglia fili, ma solamente a volte si divarica come i
sentieri biforcati di Borges o come forbici senza cattiveria,
che tagliano scampoli di tempo inventando nel vuoto senza
illusione la bellezza di nuovi spazi per esistere.
E l'isola
allora non crolla, anzi accoglie, lasciando nuovi territori
senza voglia di tornare, al calore di un abbraccio che
abbagliando le stelle sconfina.
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