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Sto cercando una città bianca, senza blues.
Non voglio panni stanchi stesi ai balconi, nè terrazzi di
periferia che trasudano ansietà metropolitane, non voglio più
baci preduti ai crocevia di semafori spaccati, le contumelie che
scivolano dalle antenne paraboliche che tagliano cieli senza
stelle reali, nè le sgommate sull'asfalto, nè odore di soffritti
a strangolare i respiri.
C'era una stanza fra questo cemento. Una stanza di ragnatele e
pareti con enormi macchie di umidità. Sulle macchie i buchi dei
chiodi e le impronte dei quadri, ormai spariti. I buchi erano
vuoti, voraggine di polvere, i buchi erano sguardi, incalzanti e
infernali.
Quel che restava di quel luogo non era più la mia casa.
Sto cercando una città bianca.
Sto cercando i miei passi nudi sulla terra.
E l'odore del fieno.
E il fresco del mare.
Sto cercando una tela su cui spalmare i colori di questi attimi
a pressione che esplodono nelle tempie.
O forse solo un lenzuolo di lino canditdo, nemmeno troppo
stirato per riporre tra le pieghe i sudati sguardi. E riposare,
il tempo di un sogno, laddove si cammina sul filo
dell'equilibrio, lì incima allo scoglio. Precipitare in un
sorriso e accorgersi che era tutto a rovescio. Il sogno era la
realtà stessa. Perchè reale è ciò che scegliamo che sia. E
asciugarsi gli occhi, sentirsi la curva delle labbra e scoprire
che si, era proprio un sorriso, puro sazio di un attimo
tramutato in bellezza eterna.
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