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Una volta c'erano gli angeli. Una volta. Aggiunge sempre dopo un
mio amico.
E se gli angeli c'erano forse vero anche che stavano nella
Biblioteca di Berlino per ascoltare i pensieri degli uomini:
parole fatte di silenzio.
E se fossi un angelo non una, ma dieci, cento, mille volte avrei
tirato via la corazza per un istante di umanità che è suono,
pelle, occhi, visibilità, tocco, respiro, sapori.
Il sapore di un fragola. Per esempio.
Allora mi viene in mente anche il colore del grano, la luce dei
girasoli, il suono delle onde, l'odore della notte, le ali dei
gabbiani, la sabbia tra le dita, le urla carezzevoli del vento.
Che fanno sentire così APPASSIONATAMENTE vivi da rendere
l'istante eternità.
E allora non importerebbe avere ali di angelo per toccare le
stelle. Capiterebbe persino che in uno sguardo ci fosse una
pioggia di stelle tanto da poterle toccare, e sembrerebbero
allegre, anche quelle cadenti.
Una volta c'erano gli angeli, adesso ci sono mani e colori e
un'anima che ogni tanto dipingendoli, quasi gli dà la corporeità
del desiderio.
Ogni tanto, precipitando nel più dolce dei mari.
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