Ricomincio da me
E il coraggio di esser(ci). A cominciare dal mio nick, che da sette anni, la mia cronologica età nel net, mi porto addosso e che non è solo fantasia, ma giusto per metà il mio nome vero, quello con cui suono nelle labbra altrui, quello che mi leggo negli occhi nello specchio. E l’altra metà la mia idea del senso delle parole, della donna e della sua sensualità ai confini con la storia.
A cominciare dalla mia storia, dopo le matite, dopo le stilo, dopo le macchine da scrivere, per arrivare alla tastiera e a battiti digitali.
A cominciare dalla solitudine, un po’ per forza un po’ per scelta, che sette anni son tanti, che sette anni son pieni e che possono essere anche belli perché pieni di sguardi. Sguardi, per me anche questo una parola tema della mia esistenza. Milioni di sguardi scambiati nell’invisibile etere delle parole, per sentirsi vivi, per sentirsi di essere, semplicemente di esserci. A volte non ho avuto che quelli per paura di buttarmi “fuori”. Da qualche anno non è più così, mi affascina il fuori, mi prende il fuori, mi ci immergo. Tuttosommato questo diario in bianco e nero resta importante. Perché anche nelle cose più difficili da vivere io non ci ho rinunciato a esserci, senza mai perdere, nonostante tutto, la voglia di intercettare l’altro, come conoscenza di me, come scambio, come incontro. E in questo incontro contattare ogni mia voce, anche la più fraintesa, la più scomoda, la più impaurita, la più famelica. Il blog non è mai stato l’alter ego della mia vita, ma essa più o meno così come è al di qua dello schermo. Non un parcheggio abusivo, ma parte integrante della mia strada, libera espressione dei miei passi.
Si, libertà, perché aprirsi essere dare il nome alle cose in parole e immagini non sempre necessita di un pubblico amico conosciuto e perfetto.
Anzi.
Ho sempre tenuto questo spazio come il mio, autenticamente. Questo spazio mi ha condotto a conoscere persone meravigliose, alcune negli occhi, altre solo nell’invisibilità e soprattutto ad incontrare parti importanti e vitali di me.
E a volte i volti dello schermo e dei giorni convivono. E a volte allora mi prende il timore, per cui cesello la parola, per paura di ciò che gli altri possono pensare, fraintendere…
A volte allora mi manca l’aria, come se barbaramente ci fossero intromissioni sfuggenti e quindi inaffrontabili, e per me è come un salto nel profondo in apnea, ad occhi chiusi, come si mancasse libertà. Libertà non è un concetto astratto, è qualcosa che alla fine prende forma ed è concreta tangibile forte. Potrei nascondermi per sentirmi più libera, inventarmi altri nomi, altri mondi, altri diari, un po’ scappare, ma non ce la farei, perché sento che sono tante cose, e perché sentirei di tradire me stessa. Io sono così a 360 gradi, e non voglio avere paura di essere come sono, interamente. Mi rendo conto di aver rinunciato a un po’ di me negli ultimi mesi, ma col tempo ho compreso e vissuto la differenza tra proteggere le cose importanti di sé e autocensurarsi. Io sono le mie foto, i miei versi, i miei racconti, le mie cronache, i miei dolori, le mie musiche, i miei soli, e le mie lune storte, i miei sorrisi, i miei viaggi, i miei tempi, i miei fremiti, le mie carezze, i mie ansimi, le mie fami, le mie danze, le mie pagine, i miei libri, i miei mari e tutto, tutto quanto dentro mi balla. Ma anche tutto ciò che mi circonda, che mi attraversa, ciò che sogno, e anche ciò che dimentico. E mi prendo lo spazio che c’è, interamente, con tutta me stessa. Senza paura, indipendentemente da chi passa di qui. Perché le mie voci sono più importanti e preziose della paura dell’altro. Erikal.